Elezioni in Catalogna

Destacat

Elezioni in Catalogna 2021. Più di dieci anni dall’inizio del ciclo indipendentista i risultati dicono:

Spazio indipendentista:

In queste elezioni i partiti apertamente indipendentisti hanno ottenuto maggioranza assoluta in voti e seggi. Alcune riflessioni:

  • Definitiva scomparsa di CiU (Federazione fra Convergència Democràtica de Catalunya e Unió Democràtica). Uno dei partiti creatori del regime del 78. Prima duramente attaccato per la corruzione (smascherata e perseguita in giustizia dall’associazionismo di base della società catalana), cerca di cavalcare la tigre del nascente movimento d’indignazione per la sentenza del Costituzionale che cassa lo Statuto approvato in referendum. Prima se ne va la destra di Unió (che attualmente è integrata nella coalizione elettorale del … PSC, con al n. 3 della candidatura il suo leader, Ramon Espadaler. E in queste elezioni naufraga miseramente l’erede diretto di Convergencia: il PdCat, che non ottiene nemmeno un rappresentante. CiU quindi, grazie al movimento indipendentista, è l’unico partito del regime che scompare come tale.
  • Senza dubbio la pratica totalità dell’indipendentismo è antifascista. L’unico gruppuscolo identitario che spesso è stato citato da analisti prezzolati per dimostrare un’anima di destra del catalanismo in genere ha ottenuto solo una manciata di voti ed è rimasto ben lontano dalla soglia di rappresentanza. Solo gli indipendentisti e qualche settore anarchico hanno contrastato in tutto questo tempo la presenza di Vox e del suo discorso omofobo e razzista in piazze di tutti i paesi e quartieri della Catalogna e sui media pubblici (presenza imposta dalla JEC). Spesso questo attivismo antifascista è stato definito da settori socialisti e dei Comuns come “attacco alla libertà di espressione”.
  • Chi conosce la piazza e si muove nei movimenti sociali sa fino a che punto il contenuto “diritto di autodeterminazione” è presente in praticamente tutte le lotte, da quelle sindacali a quelle per la casa o di difesa dell’ambiente o femministe. E sa che questo ambito è l’unico che ha appoggiato attivamente la denuncia del milione di catalani che non possono votare (residenti che non hanno la cittadinanza spagnola). E conosce la forza delle grandi organizzazioni: Omnium, ANC e della costellazione di collettivi, partiti e associazioni che configurano lo spazio dell’indipendentismo sociale.
  • L’estrema sinistra anticapitalista catalana è senza dubbio la più forte, in termini relativi, d’Europa. La candidatura CUP ha raccolto finora un ventaglio vastissimo di organizzazioni anticapitaliste e di estrema sinistra, da quelle neo-leniniste a molte libertarie. Ed il suo peso è in grado di condizionare tutto lo spazio politico e di far penetrare in ampi settori della società analisi e cultura di radicalità se non rivoluzionaria, democratica.
  • l’ambito indipendentista, lungi dal rappresentare un “ritorno al passato” come vuole il discorso statale egemonico, è una fucina di proposte per un diverso futuro europeo, dove la UE non è più vista come un “club di stati” ma una unione di popoli, una federazione di regioni, o di città, un qualcosa comunque posto al servizio della gente e non delle merci.

Ambito unionista:

Di nuovo i partiti apertamente unionisti hanno ricevuto una minoranza dei voti, anche se il partito più votato in termini relativi è il PSC.

  • Il PSC/PSOE, partito colonna del regime post franchista ha recuperato in queste elezioni parte dei voti del Frankestein politico Ciudadanos. Non abbastanza da formare governo senza uno dei partiti indipendentisti, nonostante la formidabile campagna per mobilitare il voto nazionalista spagnolo portata avanti con il sostegno del governo e della totalità dei media spagnoli. La sua collocazione a sinistra non è sostenuta da nessun gesto o programma politico obiettivo, al di là di quattro misure simboliche (in questa legislatura la legge sull’eutanasia) e il ricorso a una fraseologia vuota (le politiche sociali(??).
  • Ciudadanos, (partito a suo tempo  finanziato dalla banca come alternativa di destra a Podemos e nazionalista spagnola all’indipendentismo) crolla e dalla sua decomposizione spunta con forza VOX, che raccoglie tutti i voti che non sono andati al PSC.
  • PP, a rischio di scomparsa dal parlamento catalano.
  • VOX, Cioè l’estrema destra dichiarata e senza complessi che assicura che butterà fuori gli immigrati illegali e che chiuderà manu militari istituzioni e televisioni pubbliche catalane, completa adesso il quadro della destra spagnola che è maggioranza nel resto dello stato (meno Euskadi). E che qui rappresenta una esigua minoranza (20 seggi su 135).
  • Una caratteristica dell’unionismo è che la presenza nell’associazionismo sociale si riduce a quella spesso clientelare del PSC, che conta fondamentalmente su di un agguerrito esercito di quadri sindacali e di partito, impiegati comunali, presidenti di associazioni sovvenzionate. La destra unionista è assente dalla vita comunitaria catalana.
  • Non solo quest’area non è antifascista ma civetta con gli ultra di Vox (il governo centrale di PSOE-Podemos ha accettato con gratitudine il sostegno sia pur indiretto di Vox alla sua gestione dei fondi europei) e si è dedicata nel corso della campagna a criminalizzare tutti i presidi antifascisti.
  • La visione dello stato (da PSC a Vox) è identica, così come lo è quella dell’Unione Europea che semmai si vorrebbe un po’ più generosa nell’allentare i cordoni della borsa e meno ficcanaso nelle faccende giudiziarie e di rispetto dei diritti umani e civili.

Poi ci sono i Comuns.

Nonostante la proclamata equidistanza, hanno adottato in tutta la campagna un approccio etnicista, camuffato da denuncia dell’etnicismo altrui. Assenti ormai dall’antifascismo di piazza e dalle lotte in genere, e ormai esaurite le riserve di popolarità ereditate dal movimento degli “Indignati” si limitano ormai a tirare la volata al fratello maggiore, il PSC. La loro farneticazione li porta a proporre un “governo di sinistra” dal quale escludono la CUP – che ormai ha un seggio più di loro – e con il PSC, mentre pongono il veto a qualsiasi governo sostenuto da JxC (certo non più neoliberale di quelli del Sanchez).

Un “né carne né pesce” nazionale e sociale che si sgonfia a ogni giro elettorale.

Illa, Milosevic i ICV

Ja fa temps que sectors de ICV/Comuns com els autoanomenats “Federalistes d’Esquerres” ens han acostumat a argumentaris gens rigorosos i més propis de publicistes sense escrúpols que d’analistes polítics d’esquerra (com l’abús del concepte de “burgesia” aplicat a un magma de botiguers i pastissers, mestres i fusters, pagesos i estudiants i no a la classe que ostenta el control dels mitjans de producció i distribució de la riquesa: multinacionals, patronals, bancs, fons d’inversió i empreses que cotitzen a la borsa).

També ens havien acostumat a una interpretació dislèxica del concepte d’esquerra, amb la seva insistència a considerar, contra tota evidència lògica, el partit socialista espanyol – puntal del règim del 78 i garant de tots els privilegis de la classe dominant espanyola, i de la impunitat dels seus sicaris – com a referent i germà gran de l’àrea progressista a l’estat.

Així com ens havien deixat clara la seva conversió a un abrandat legalisme, traduït en obedientisme a les regles del joc de l’estat capitalista (i fins fa poc per a ells mateixos “règim del 78”) com a mínim sorprenent en gent que es reclamava de moviments on la desobediència civil és reconeguda com a motor principal de tot canvi social no purament estètic.

Però la degeneració ideològica sembla haver-se accelerat en la darrera tongada electoral, amb l’esfondrament de Ciudadanos.

El candidat del que fou un partit socialista, Illa, no només va recollir les despulles d’aquest producte de l’IBEX35 sota forma de vots, si no també el llegat ideològic, emprant en la campanya electoral tota la munició retòrica i les tècniques emprades pels Arrimades i Riveras, apuntant cap a un suposat etnicisme excloent de l’independentisme. Imitant als taronges, no es tractava d’identificar subjectes, posicions o propostes polítiques racistes o xenòfobes si no de, literalment, “crear” la cosa (l’etnicisme xenòfob com a part del projecte independentista) a partir de la identificació i magnificació d’anècdotes i opinions personals, la interpretació manipulada de conceptes o eslògans o de la simple reiteració de missatges clonats, suportada per l’eco incessant de tota la “brunete” mediàtica desplegada també en territori català.

Donant per bons i naturals significant buits, com la neutralitat de l’espai públic i de les institucions, o afirmant que les polítiques de govern han de tenir en compte els interessos de tothom i no d’una part de la societat (fa mal haver d’explicar a una suposada esquerra, per molt reformista que sigui, que totes i cada una d’aquestes afirmacions són una gegantina presa de pel en una societat dividida en classe, i més en una com l’espanyola on la classe dominant conserva privilegis propis de l’edat mitja) Illa i els seus van basar la campanya en acusar directament d’apartheid una part consistent del moviment independentista. Evocant una vegada i una altra la imatge d’una “societat fracturada”,  d’una estupidesa flagrant per a qualsevol que pensi la societat en una dimensió històrica i que sap que el conflicte és la condició indispensable per la superació de tota mena d’injustícies, però que, com diria en Trump “funciona” la mar de bé.

Amb enorme irresponsabilitat, les candidates d’ICV/Comuns, lluny d’aprofitar aquest gir escandalós cap a la dreta nacionalista i odiadora del PSC per afirmar-se com única alternativa d’esquerra estatal, s’han apuntat a l’opció que desplaça la confrontació cap al terreny identitari, evitant que el debat es centri en els elements purament polítics.

És una decisió gravíssima però lògica, ja que si l’atac a JxC com a hereus neo-liberals de Convergència i Unió es centrés en les propostes i actuacions en els camps econòmic, social i de defensa dels drets, serien innombrables les contradiccions que explotarien a la cara d’aquesta esquerra pretesament renovadora.

En efecte l’agenda i els principis de política general, així com la col·locació ideològica de militància i votants de JxC cobreixen exactament el mateix espai (per no dir més a l’esquerra) que ocupa el PSOE, aliat preferent dels Comuns i soci de govern a l’Ajuntament de Barcelona i a l’estat. És més, com s’ha demostrat en diverses ocasions, en matèria social un govern de coalició amb els post-convergents ha desbordat per l’esquerra el “govern més progressista de la història d’Espanya”. I no parlem de la més que incòmoda presència del sector més dretà (Unió Democràtica de Catalunya)  de la finiquitada, però mai prou amortitzada, CiU a dins de la coalició electoral sota les sigles del PSC.

Per altra banda, tot i ser un partit conservador, marcat per un cert classisme de mitja burgesia i caracteritzat per una visió de país més clarament neoliberal, no hi ha cap element objectiu que permeti titllar JxC d’extrema dreta o de partit xenòfob- contràriament al que passa amb Vox i l’autèntica dreta ultra -: ni en el seu programa ni en les declaracions dels seus dirigents, ni en els pronunciaments públics. Basar unes acusacions tan greus en interpretacions parcials o atribucions d’intencions ocultes no és acceptable en un debat honest.

En definitiva, la balcanització promoguda per Illa i els seus i a la que s’ha apuntat ICV/Comuns s’explica amb la impossibilitat d’articular una oposició substancial a una dreta neo-liberal de la qual han assumit gairebé tots els plantejaments. És, ras i curt, l’única arma que els queda per mantenir-se vius electoralment. Però… a quin preu?

Un, ja evident, és l’abandó de les posicions de lluita social bescanviades per tímides demandes assistencialistes (4 ajuts i subvencions per a la “gent necessitada” i les seves “preocupacions reals”)   o d’actualització estètica del sistema. Abandó que s’acompanya de recolzament obert a l’estabilitat de l’aparell de dominació, escenificat entre d’altres per les condemnes de la “violència” al carrer.

L’altre, de conseqüències potencialment gravíssimes, és la creació d’un imaginari de conflicte ètnic. Comprant i rellançant el relat creat per Ciudadanos i la dreta monarquico-unionista de les dues Catalunyes (una rica i catalanista, l’altra pobre i castellana, fotografia falsejada que, per cert, menysprea el 15% de la població de Catalunya que no té ciutadania espanyola ni el castellà – o el català – com a llengua mare) PSOE i ICV/Comuns entren a alimentar un mecanisme que ha estat assajat manta vegades al llarg de la història. La darrera vegada, en Europa, pel Miloseviç de la Gran Serbia.

Ja comencem a veure els efectes d’aquesta estratègia perversa, en la catalanofòbia de mitjans de comunicació i personatges públics, el rebuig a la llengua catalana, el creixement d’opcions obertament neo-feixistes com Vox, la proliferació de grupuscles de nacionalistes, aquests si identitaris, espanyols, les agressions, la criminalització mediàtica, judicial i policial de l’independentisme més d’esquerres…

Ja es constata l’existència de sectors que es creuen realment víctimes d’un pla d’extermini (cultural i lingüístic, de moment) per part d’una minoria catalana poderosa i suprematista que aspira a la puresa de sang. Només és qüestió de temps que la por que se’ls ha induït es transformi en odi legitimador de més violència repressiva.

No sembla una opció gaire intel·ligent ni progressista, en una Europa que va viure la creació del dimoni jueu, bosniac o kosovar.

Sincretisme revolucionari

“Cada pas del moviment real és més important que una dotzena de programes”. Karl Marx

“Els passos en fals d’un moviment obrer real són, a nivell històric, incommensurablement més fructífers i preciosos que la infal·libilitat del millor comitè central”. Rosa Luxemburg

A casa nostra al llarg de la història s’ha demostrat, en multitud de conflictes i en milers d’experiències de resistència i construcció col·lectiva, la capacitat d’organització i elaboració estratègica i la creativitat de les classes populars.

També als nostres dies, amb les respostes que a les ofensives d’estat i capital i als reptes i dificultats provocades pel desgavell neoliberal han sorgit i sorgeixen de barris i pobles i de tots els àmbits de la vida social, tot configurant una nova cultura de defensa de la vida i de lo comú.

Tanmateix, sembla que tant el mon de la política institucional, com el de l’acadèmia (d’on sorgeix la pràctica totalitat de la teoria difosa pels canals de comunicació, els de moviment inclosos) perviu intacte el prejudici que fa del parlamentarisme, i de la democràcia representativa, l’únic espai “polític” de debò.

Aquests dies assistim un cop més a la representació post electoral de negociacions, discussions, debats en que els i les protagonistes no són mai, si no com a figures de segon pla que s’interpel·len o s’amaguen a conveniència, els moviments reals, les masses que habiten les nostres ciutats, pobles i territoris. Les organitzacions populars (em refereixo a les no assimilades i enquadrades, com els sindicats majoritaris) i les seves actuacions són vistes per alguns com una nosa o un perill, que cal exorcitzar o domesticar, per d’altres com una massa de maniobra que “apreti” quan toca, o com una reserva de vots.  N’hi ha que, després d’accedir a corts i consistoris utilitzant l’infeliç eslògan “tornem les institucions a la ciutadania” (infeliç perquè en una societat dividida en classes les institucions mai han estat una possessió del poble que, com a molt, hi ha estat tolerat en una posició fortament subalterna), ja no van més enllà de referències retòriques a la participació (reduïda a la consultació d’algunes entitats seleccionades, o a la creació d’espais on ciutadans/individus puguin abocar en un poti poti indigerible dèries, ocurrències i queixes) i s’erigeixen en defensors i intèrprets de les classes més desfavorides segons la clàssica fórmula del “tot per al poble, però sense el poble”. I finalment hi ha forces que, tot i mostrar una innegable major proximitat als sectors més actius de la societat, ja no prioritzen la creació d’estructures de poder popular, embrions d’una nova institucionalitat radicalment democràtica, ni molt menys li atorguen cap funció de direcció estratègica.

Per descomptat no es tracta aquí de retreure a ningú la manca d’ambició política, per altra banda necessària si es vol subvertir el marc actual de relacions socials i econòmiques, però si d’apuntar que tal subversió no se situa – contràriament al que tothom sembla pensar – en un momentum pertanyent a la dimensió de la utopia.

Un programa polític rigorós avui pot incloure perfectament (és més, per ser rigorós “ha d’incloure”) elements de transformació gradual i radical de l’existent dissenyats i dirigits per voluntats col·lectives. En primer lloc perquè aquest enfoc permetria consolidar, arrelant-los en la base social, els passos endavant que es vagin donant en els diversos àmbits. I en segon lloc perquè és així que funciona tot moviment real: els canvis importants ben poques vegades han vingut des de dalt, per iniciativa de dèspotes il·lustrats (Leopold d’Àustria), o per parlaments dominats per majories progressistes, si no per la potencia desestabilitzadora i propositiva de grups socials decidits a trencar o modificar l’aparell de poder que els subjuga.

SOBIRANIES

Avui es parla força de sobiranies ja que, descobrint un cop més la sopa d’all, constatem que la dominació d’espècie, gènere o classe és exercida mitjançant una pluralitat de tècniques i dispositius – pràctics i ideològics -, de la mà de subjectes no sempre coincidents amb els sectors de la humanitat que en son promotors i beneficiaris, i que ens despullen – en major o menor mesura – de la possibilitat de governar les nostres mateixes vides.

Recuperar la sobirania individual i col·lectiva significa recuperar aquest poder que ens ha estat expropiat al llarg dels segles, tant en el terreny polític, cultural, econòmic (entès com a gestió dels recursos indispensables per a la supervivència: aigua, energia, alimentació, entorn natural). Significa, alhora, combatre la perversió capitalista que ha reduït, amb els resultats destructius que veiem, tot allò que és necessari per la vida nostra i la del planeta a una mercaderia, en el marc d’allò que anomenen “lògica del mercat”.

Els sectors de les nostres societats que ja tenen consciència de la gravetat de la situació i de la necessitat imperiosa de redreçar-la són cada cop més amplis (tenim fins i tot un Papa crític amb el capitalisme). Tanmateix, malgrat l’aparent consens de comunitats científiques, experts i estaments polítics “progressistes” o “democràtics” mai com ara ha estat tan pobra la capacitat de resposta real al desgavell d’un mon on impera la llei del capital, amb les seves múltiples derivades – i assimilades – d’opressió i explotació.

Fixem-nos sense anar més lluny en els nostres àmbits “antagonistes”, d’oposició frontal al sistema: hi trobarem anàlisis en general ben treballades i serioses de la situació, dels perquès, dels interessos en joc, de les dinàmiques i els efectes del conjunt de fenòmens que acompanyen i defineixen l’agressió totalitària que estem patint. També hi trobarem un corpus d’alternatives, aquestes més variades i a vegades no coincidents, però que ens permeten albirar solucions – no súcubes de l’esperit màgic del tecnologisme – a curt, mitjà i llarg termini, que uneixen justícia social, defensa del medi i l’erradicació de les lacres ancestrals del patriarcat i el racisme.

En canvi falta estrepitosament l’anella – que antuvi hom considerava central en tota teorització política revolucionària – de connexió entre el present i el futur radiós de les solucions. En altres paraules: no tenim ni idea ni sembla preocupar-nos el COM transitar de la fase actual pre-apocalíptica a la nova societat. En aquest COM, una mena de terra de ningú cremada per les derrotes del passat i els efluvis intoxicadors de la ideologia dominant (postmodernisme, perversió individualista de la idea de dret o de llibertat, post veritat etc.), impera la confusió més absoluta: des dels seguidors del “capità enciam” (personatge televisiu de fa unes dècades que tenia com a eslògan: “els petits canvis són poderosos”) que tracen un camí sumant aportacions individuals, als obreristes de tota la vida que esperen encara que els obrers de la SEAT ens condueixen cap al sol de l’avenir (un cop, se suposa, hagin fet fora a puntades de peus els seus representants sindicals), a tota la panòplia de nous sectarismes que es barregen i s’enfronten donant lloc a una insuportable cacofonia.

Un mercat de Calaf on l’únic element que falta són justament els exemples d’actuacions reeixides (tot i que parcials i poc duradores) que podem trobar a la història recent i molt recent del país: des de la revolució del 36 a – mutatis mutandi, que no s’escandalitzi ningú per la comparació blasfema – al 1 octubre, quan la capacitat de posar instàncies diverses (autoorganització popular, organització política i sindical, institucions en un rol no de direcció si no de suport) al servei d’un objectiu comú ha mostrat el seu més que notable poder disruptiu.

GUERRA DE CLASSE

Fa dècades que hem deixat d’utilitzar (nosaltres, “ells” no) el concepte “guerra de classe”, amb l’excusa de la seva connotació militarista. És una llàstima, perquè la metàfora de la guerra, conflicte en que per guanyar cal utilitzar estratègies complexes, diversitat de tàctiques, determinació i intel·ligència en una successió de batalles i fronts, és perfectament aplicable a una lluita per la transformació social i/o l’alliberament nacional i ajudaria a entendre les fases i els elements en que aquesta s’articula.

Ens ajudaria a entendre gràficament conceptes com relació de forces, terreny favorable o desfavorable on presentar o evitar batalla, aliances, ofensiva, retirada, desgast de l’enemic, acumulació de forces, propaganda, atac, defensa, rereguarda, avantguarda, encerclament, rendició, victòria, treva, armistici, a veure la diferencia entre guanyar batalles i perdre la guerra (i viceversa), entre estratègia i tàctica.

I ens deslliuraria dels estèrils debats sobre violència o no violència, revolució o reforma, insurrecció o transformació gradual, espontaneisme o avantguardisme.

UN ALTRE GRADUALISME ÉS POSSIBLE

La metàfora de la guerra es especialment comprensible si aplicada a la idea de “sobirania energètica”, atesa la quantitat de conflictes bèl·lics que ha provocat la disputa entre estats i poders econòmics per les fonts d’energies no renovables. Nosaltres, és clar, plantegem una altra mena d’enfrontament: re-apropiar-nos de tot el poder de decisió sobre formes de consum de l’energia necessària per electricitat i automoció, així com sobre la seva producció: fonts del recurs i tecnologies, procedència, cost, distribució, control, inversions, models,  disputant-les a subjectes i actors integrats en el conglomerat de poders que configuren la elit del capital internacional.

Per arrencar aquest bé d’aquelles mans i, a l’hora, transformar l’actual model depredador i centralitzat en un de sostenible, beneficiós socialment i respectuós ambientalment, hem de valorar diferents escenaris.

Descartem de seguida el que atribueix al déu mercat la capacitat de regulació – per raons que a aquestes alçades no necessiten gaire explicació – i fem un cop d’ull a les alternatives que s’apunten des de diversos sectors.

Els partits i, en general les forces que donen per bona l’equivalència “públic = estatal”, formulen una sèrie de propostes, de radicalitat minvant, que van des de la nacionalització de les empreses de producció i distribució, a la regulació que mitigui els impactes socials (pobresa energètica) i ambientals (increment, en el mix energètic, de la quota corresponent a renovables respecte a la produïda amb combustibles fòssils).

Són propostes que per una banda no impliquen un canvi substancial del model (recordem que fins fa unes dècades a tota Europa les empreses elèctriques ja eren propietat de l’estat) i que per l’altra són d’implementació més que problemàtica. En l’actual ordenament jurídic internacional els interessos de les grans companyies estan blindats a tots els nivells (regulacions estatals, europees, tractats comercials, etc.) i cap institució té la força ni la capacitat d’imposar mesures unilaterals, fins i tot quan és dirigida per majories favorables als canvis, com hem vist en nombrosos casos (a Barcelona sense anar més lluny en el contenciós amb Agbar), ni tampoc d’exercir com a “competència” (les operadores municipals no poden entrar en el mercat de la distribució, controlat pels oligopolis).

La societat, per la seva banda, està generant múltiples respostes i propostes: cooperatives de generació i comercialització de renovables, lluites per la municipalització de petites centrals hidroelèctriques, campanyes per limitar la voracitat de les multinacionals, pressió sobre poders públics perquè les obliguin a tornar quotes dels seus beneficis a la societat, demandes de mitigació de la pobresa energètica, lluites en el territori per contrastar les agressions ambientals de les grans infraestructures. Val a dir que la dispersió d’aquestes iniciatives i la seva mancada integració en una estratègia compartida i amb objectius comuns en redueix en gran mesura l’impacte transformador, encabint-les en “nínxols de mercat” que no incideixen en les dinàmiques generals (emblemàtic el cas de la cooperativa Ecotècnia, pionera en el camp de la generació eòlica i que va acabar engolida per una multinacional del sector).

Però en l’àmbit social també hi ha hagut experiències i comportaments radicalment no assimilables per la lògica econòmica de mercat: l’acció directa,  el sabotatge. Des de l’apropiació individual del recurs per part de persones empobrides mitjançant connexions il·legals, a les campanyes organitzades de negativa a pagar – en part o totalment – les factures, passant per la destrucció d’infraestructures destinades al transport o a la producció d’electricitat.

L’articulació de totes aquestes iniciatives – no necessàriament amb coordinacions orgàniques -, arrelades al territori i amb sensibilitat ecològica, multiplicaria la capacitat d’impacte i eficiència del conjunt:

Per una banda en el mateix procés de canvi es perfilaria – per la composició dels subjectes transformadors i dels seus objectius – un model ben diferent de l’actual, descentralitzat i amb nombrosos avantatges tan pràctics com polítics: reducció de les pèrdues en la fase de distribució (i per tant dels consums generals), no militarització del territori (fenomen associat a les tecnologies nuclears i a les grans infraestructures), es multiplicarien les oportunitats d’ocupació (per instal·lació i manteniment), les col·lectivitats locals s’empoderarien amb el control directe sobre un recurs bàsic i s’afavoriria la relació col.laborativa entre elles, també milloraria la seguretat en el subministrament, ja que una xarxa feta de multitud de centres de producció seria més eficient i resilient que una basada en pocs grans centres i, finalment, es garantiria un aprofitament òptim de les tecnologies i recursos renovables.

L’impacte de transformació (social i ambiental) seria doncs immensament més gran en un model descentralitzat que podria implementar-se gradualment, a mesura que es vagi “desmuntant” l’anterior mitjançant una multitud d’atacs (des del boicot, a les iniciatives judicials, als sabotatges o a les autoreduccions).

Una coordinació entre les iniciatives en els dos àmbits (institucional i social, on el primer faci de suport i doni empara al segon) permet imaginar una transició conflictiva que acabi amb la retirada dels grans actors privats (si no hi ha beneficis ni perspectives de tenir-ne el bé perd tot interès).

PENSAR FORA DE LA CAIXA

En aquests dies les “nostres” institucions (Generalitat i Ajuntament de Barcelona) han mostrat un cop més el seu distanciament paternalista de la societat que pretenen representar: davant la pluja de milions que la UE ha anunciat per finançar una recuperació econòmica sobre bases ”green” s’han afanyat a presentar projectes elaborats per tècnics i especialistes finalitzats a esgarrapar les engrunes que deixessin caure les grans multinacionals dels diversos sectors.

Ni se’ls ha acudit la idea de crear espais amplis de participació posant a disposició eines públiques, com les universitats, administracions, experts, espais i diners per facilitar l’elaboració de projectes col·lectius dins d’un marc comú amb visió estratègica i de país.

Val a dir que la mateixa miopia l’han mostrada els actors socials (cooperatives i col·lectius diversos) que no han sabut ni formular, ni molt menys imposar aquesta demanda. Demostració un cop més de la feblesa d’uns actors que han abandonat i de facto repudiat el terreny del conflicte i les pràctiques d’acció directa i de construcció de contrapoders.

<p value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Aquest plantejament basat en una mena de “sincretisme revolucionari” pot sonar a utopia inassolible, en una esquerra tancada mentalment dins dels esquemes de la tradició o del pensament hegemònic, però l’autèntica irracionalitat avui dia rau en pensar que repetint les mateixes fórmules utilitzades en les últimes dècades podrem assolir algun dia resultats diferents.Aquest plantejament basat en una mena de “sincretisme revolucionari” pot sonar a utopia inassolible, en una esquerra tancada mentalment dins dels esquemes de la tradició o del pensament hegemònic, però l’autèntica irracionalitat avui dia rau en pensar que repetint les mateixes fórmules utilitzades en les últimes dècades podrem assolir algun dia resultats diferents.

Un somni.

He somiat que l’alcaldessa de la meva ciutat convocava una roda de premsa davant de la comissaria central de la policia, on durant dècades centenars de persones han estat torturades, vexades, humiliades per lluitar contra injustícies i abusos. On, fa només uns mesos nois i noies espantats i indefensos – culpables de manifestar-se asseguts o de dur banderes – havien estat maltractats, amenaçats, insultats per homenots armats histèrics i fanatitzats.

L’alcaldessa anunciava a la premsa la seva contundent condemna de totes les violències que, en nom de la llei i l’ordre, els sectors més vulnerables de la ciutat patien dia rere dia, any rere any, generació rere generació a la seva ciutat, al seu país, al mon sencer.

Amb posat ferm i fitant les càmeres exigia l’immediat processament davant de tribunals populars de tots els responsables de crims contra la humanitat – sicaris que havien turmentat fins a la mort joves opositors al regim, encobridors de crims de guerra, jutges prevaricadors còmplices d’una de les dictadures més sanguinàries que es recordin, oligarques que devien les seves fortunes al treball esclau, traficants d’éssers humans, destructors del medi ambient –, processament seguit del reconeixement públic per part dels culpables dels delictes comesos, la retirada de pensions, privilegis i patrimonis i l’exili o condemna a viure en barris de l’extraradi per l’equivalent d’un salari mínim.

Afirmava, l’alcaldessa, subratllant cada paraula, que el més gamberro i desvergonyit dels esvalotadors que cremaven barricades, per molt mala persona que fos, defensava la causa correcta, la de la denuncia d’injustícies, i que el millor dels defensors de l’ordre establert, per molt excel·lent persona que fos, defensava en canvi un ordre basat en la imposició, la brutalitat, el sofriment i la mort.

Acabava, la nostra alcaldessa, aixecant el puny i dient que ella no era l’alcaldessa dels propietaris de diaris i televisions, dels banquers, dels especuladors que foragiten la gent dels seus barris, dels mercaders que ens expropien de i fan negoci amb tot allò que és necessari per a la vida, ni dels jutges i policies i guardaespatlles i matons i carcellers que intimiden i agredeixen a la gent d’a baix quan molesta o es revolta contra la gent d’amunt. Que ella era l’alcaldessa dels esclafats, oprimits, explotades, reprimides, solidàries, rebels, de la bona gent treballadora, empàtica, compassiva, respectuosa i digna, que n’hi ha molta, d’aquesta ciutat i que la institució que ella presidia era d’elles. I que les convidava a fer-la seva, fent-ne fora paràsits i venuts.

Que n’arriben a ser, d’absurds i poca solta, els somnis!

Curiosa indignació

Feia molts i molts anys que no veia una campanya tan participada i fulminant com l’engegada per nombrosos col·lectius, entitats i organitzacions de l’àmbit llibertari en aquests dies. Cert és que en la seva difusió hi han participat amb entusiasme sectors que amb el moviment anarquista hi tenen ben poc a veure, com socialistes i ciudadanistes que, en plena campanya electoral, l’han utilitzada com munició en les seves campanyes de desprestigi de l’independentisme i de blanquejament de l’estat autoritari espanyol.

Però això no és culpa dels promotors, que al llarg d’aquestes dècades han mostrat el seu rebuig a que la memòria del Puig Antich fos “utilitzada” per cineastes, autors de llibres i en general per gent no pertanyent al moviment llibertari.

Malauradament la mateixa contundència i persistència en la defensa de la persona i de les seves idees, no s’ha manifestat gairebé de cap altra manera: no hi ha hagut res ni remotament comparable, per virulència i extensió, a l’hora d’exigir per la via legal i política l’anul·lament del judici al Salvador i el processament dels seus responsables. Ni tampoc iniciatives d’escratxe i assetjament dels assassins (el Carlos Rey, el fiscal que el va dur al garrote vil, viu encara, després d’una vida exercint com a docent universitari i advocat – regularment inscrit al Col·legi professional – a Barcelona, en absoluta tranquil·litat). Ni una referència explícita i constant als principis que inspiraven la lluita d’aquell company (que no era antifranquista, si no anticapitalista, i basada en l’acció directa).

És una manca de coherència que sobta, així com sobta el sopor indiferent amb que s’han rebut un any rere l’altre la infinitat de manipulacions de la memòria de maquis i revolucionàries per part d’actors, polítics, artistes, historiadors i, sobretot, institucions: des de declaracions de ministres del govern d’Espanya sobre la lluita dels combatents de la columna Durruti a França, a l’escarni de considerar el cap de l’escamot que va emboscar en Quico Sabater “víctima del terrorisme”, tot passant per les infames lleis de memòria (ara) “democràtica”.

Així com el reguitzell d’insults a la memòria del Puig Antic (per a gran part de la premsa ell i els últims afusellats pel franquisme segueixen essent – i ho diuen – homicides ajusticiats com a tals) i la impunitat de les institucions – i dels sicaris que el van condemnar-, no han suscitat mai cap reacció d’indignat rebuig i condemna com la que hem vist aquests dies.

Això, per si sol, hauria de ser motiu de reflexió profunda sobre com s’està duent a terme, en les esferes d’ideologia revolucionària, la batalla per la memòria i sobre com aquesta s’imbrica, o no, amb les lluites de l’actualitat.

Però hi ha més. Per una banda la voluntat patrimonialitzadora del record del company. És una pulsió  molt perillosa, perquè porta a convertir una persona en màrtir i, més tard, a l’autoproclamació de vestals i sacerdots, encarregats de vetllar per la seva sacralitat. Vestals i sacerdots que decideixen qui te dret d’invocar-la i qui no, de manera gairebé sempre arbitrària: va haver-hi més solidaritat entre sectors de cristians de base que dels antifranquistes de matriu estalinista, com comissions i PSUC, i en canvi avui els segons es toleren, mentre que els primers se’ls increpa.

Per l’altra una actitud censora realment indigna e incompatible amb els postulats llibertaris: una cosa és criticar una obra amb intenció artística i una altra ben diferent exigir-ne la retirada amb un assetjament poc argumentat i cridaner per xarxes.

I finalment la desproporcionalitat: estem parlant d’una instal·lació d’un artista local en un poble. Una exposició amb finalitat de denuncia de la continuïtat entre el règim assassí de Franco i el règim del “todo atado y bien atado”. Quina frívola arrogància és aquesta que t’empeny a condemnar una iniciativa modesta i clarament amb poca capacitat d’incidència política i comunicativa, només per la utilització (potser desencertada, però raonada i explicada) d’una foto del “teu” màrtir?

Hi havia la possibilitat d’obrir un debat enriquidor sobre la modernització dels mètodes d’un estat que en essència (és a dir la defensa de relacions de força favorables al capital i als altres poders) no ha canviat, la persistència de conflictes de classe i nacionals que no troben altra resposta que la repressió i, al mateix temps, sobre la diversitat radical i inconciliables entre les dues filosofies o maneres de combatre un mateix estat que encarnen els dos personatges.

No, s’ha preferit llançar que rebia comentaris (com ara “el fugat golpista que ha atacat la democràcia”), d’explícita acceptació del relat hegemònic.

Trobo que ha estat una enorme patinada que per sort no ha afectat a la totalitat del moviment llibertari, ja que són molts els col·lectius i les persones que porten endavant en el dia a dia una tasca de defensa real de la memòria de la lluita per la revolució social, indissociable de les lluites de justícia social i ambiental, de visió antipatriarcal, de defensa de la llibertat.

Memòria “democràtica”

Una constant dels governs socialistes a l’estat espanyol ha estat, des de fa ja gairebé mig segle, assaonar polítiques neoliberals (privatitzacions, liberalització de sectors com el financer, reconversions industrials, i en general de submissió als diktats de gran capital i mercat) amb algun toc aromàtic d’”esquerres”.

Així, amb l’ajut determinant d’una dreta obscurantista, una església preconciliar i una premsa goebbelsiana, han aconseguit a cost zero – ara amb el matrimoni igualitari, ara amb una llei de memòria històrica – mantenir el rol de representant de la meitat democràtica del país.

El govern Sanchez, que a sobre – per la presència no desitjada però inevitable de Podemos i confluències diverses – ha de justificar el títol de “govern més progressista de la història”, encunyat pels exegetes del reformisme post comunista més tronat, torna a tirar del guió “Espanya democràtica versus Dictadura franquista”.

I ho fa amb una nova llei de memòria – Memòria democràtica, aquest cop, enlloc de Històrica, canvi de nom que ja anticipa intencionalitat propagandista – que compta tanmateix amb la presència de persones sincerament compromeses amb l’antifeixisme com en Jaume Asens.

Element que m’empeny a apartar prejudicis i a llegir el que diu el consell de ministres sobre l’avantprojecte de llei. Començant pel començament:

Título preliminar, objetivo y finalidad

El objeto de esta Ley es el reconocimiento de los que padecieron persecución o violencia, por razones políticas, ideológicas, de conciencia o creencia religiosa, de orientación e identidad sexual, durante el período comprendido entre el golpe de Estado de 1936, la Guerra Civil y la Dictadura franquista hasta la promulgación de la Constitución Española de 1978. Se trata de promover su reparación moral y recuperar su memoria e incluye el repudio y condena del golpe de Estado del 18 de julio de 1936 y la posterior dictadura.

Home, comparat amb Itàlia, on la condemna del feixisme encapçala la Carta Magna, una declaració de repudi i condemna en la introducció d’una lleieta aprovada 50 anys després de la mort del dictador sona més aviat a presa de pel. Per altra banda estranya que entre les categories que “padecieron persecución y violència” no hi figurin les minories nacionals: ni que fos per la repressió, innegable, dels seus drets lingüístics [Veure Declaració Universal dels Drets Lingüistics]. En canvi s’hi atorga a  la Constitució Espanyola (que no fa cap esment – no ho oblidem mai – a repudis i condemnes de la dictadura) la funció d’enterradora del franquisme i de porta d’entrada a la “democràcia”.

Però, no content amb això, el legislador rebla:

A su vez, la Ley adopta medidas dirigidas a suprimir elementos de división entre la ciutadania y promover lazos de unión en torno a los valores, principios y derechos constitucionales.

Si pensem que Vox es presenta com a Adalid de la Constitució i dels seus valors i drets ja podem intuir a quins elements de divisió i a quins lazos de unión es fa referència aquí.

Título I, las víctimas

Se determina la consideración de víctima con arreglo a los parámetros internacionales de Derechos Humanos y declara el carácter nulo de todas las condenas y sanciones dictadas durante la Guerra Civil y la Dictadura por los órganos de represión franquista, que asimismo se declaran ilegítimos. Todas ellas tendrán derecho a una Declaración de reconocimiento y reparación.

Además, instaura el 31 de octubre, fecha de la aprobación en Cortes de la Constitución española en 1978 como el día de recuerdo y homenaje a todas las víctimas. Asimismo, se declara el 8 de mayo como día de recuerdo y homenaje a las víctimas del exilio como consecuencia de la Guerra Civil y la Dictadura.

Un Título que también recoge la elaboración un Censo Nacional de Víctimas de la Guerra Civil y la Dictadura, dando respuesta a la fragmentación y dispersión de la información disponible sobre las desapariciones forzadas en ese periodo.

Crea un Banco Nacional de ADN de Víctimas de la Guerra Civil y la Dictadura

La Sección 2ª de este Capítulo I se dedica a los archivos y documentación, verdadera memoria escrita del Estado, regulando el acceso a los fondos y archivos públicos y privados, y garantizando su acceso y protección, con una mención especial al Centro Documental de la Memoria Histórica de Salamanca.

Aquest titol 1 és dedicat a les víctimes, molt bé, però no n’hi ha cap dedicat als botxins, que queden amagats al darrera d’aquell indefinit “órganos de represión franquistes” (que no són GC, exèrcit i TOP/AN, ja que no sembla que aquesta llei vulgui declarar il·legítimes aquestes estructures d’estat, tan constitucionalment acomboiades).  Indefinició que es tradueix en ambigüitat: el Txiqui i Puig Antich van ser víctimes de “órganos de represión del franquismo” (quins?) o reus legalment executats per un escamot de la Guàrdia Civil o condemnats per un tribunal militar?

Sembla doncs que l’objectiu d’aquest títol és definir la Constitució com l’element fonamental i fundador de la nova Espanya democràtica (retent de passada un homenatge a la interpretació post franquista de la guerra civil com a Guerra fratricida i no primer episodi de l’ofensiva feixista que assolaria mig mon). Sempre de passada s’hi crea un Banc Nacional d’ADN i es fa una menció especial del Centre Documental de Salamanca. Tot passant de puntetes sobre les garanties d’accés als arxius estatals sensibles com ara Afers exteriors, TOP,
Interior, DG Policía, presons, etc.

Capítulo II. … se crea la Fiscalía de Sala para la investigación de los hechos producidos durante la Guerra Civil y la Dictadura, hasta la entrada en vigor de la Constitución, que constituyan violaciones de los derechos humanos y del Derecho Internacional Humanitario. Tendrá las funciones de impulso de los procesos de búsqueda de las víctimas de los hechos investigados,….

O sigui tindrem una Fiscalia que determinarà si un assassinat és un assassinat, amb el fi de “impulsar la recerca de les víctimes…”. Per la busca dels autors dels “fets” haurem d’esperar, suposo una vintena d’anys més i una altra fiscalia.

Capítulo III. Medidas de reparación: Se incluyen actuaciones como la investigación de los bienes expoliados durante la Guerra Civil y la Dictadura o el reconocimiento y reparación de las víctimas que realizaron trabajos forzados. Como medida reparadora de las personas que sufrieron el exilio, se dispone una regla para la adquisición de la nacionalidad española para nacidos fuera de España de padres o madres, abuelas o abuelos, exiliados por razones políticas, ideológicas o de creencia. Los voluntarios integrantes de las Brigadas Internacionales podrán adquirir la nacionalidad española por carta de naturaleza.

Altrament dit: s’investigarà per descobrir qui ha estat expoliat i esclavitzat, però no qui el va expoliar ni esclavitzar, com per exemple les empreses que van fer fortunes colossals amb els treballs forçats i que avui continuen galdoses acumulant beneficis a costa de l’erari públic. Ara bé, la mesura reparadora va molt més enllà de la simple restitució dels bens robats o d’una indemnització pels anys de presidi: es concedirà la NACIONALITAT ESPANYOLA!

Capítulo IV: la memoria como garantía de no repetición… retirada de los símbolos y elementos públicos contrarios a la Memoria Democrática… medidas para evitar actos de exaltación o enaltecimiento del alzamiento militar, la Guerra Civil o el régimen dictatorial…. revocación de distinciones, nombramientos, títulos y honores institucionales, de condecoraciones y recompensas o títulos nobiliarios, que hayan sido concedidos o supongan la exaltación de la Guerra Civil y la Dictadura.

Asimismo, incluye actuaciones dirigidas a fundaciones y asociaciones entre cuyos fines se encuentre la apología del franquismo o la incitación directa o indirecta al odio o la violencia contra las víctimas de la Dictadura franquista.

… contenidos curriculares para ESO y Bachillerato, y … fomentar, promover y garantizar en la ciudadanía el conocimiento de la historia democrática española. … una Fundación del Sector Público, cuyo objeto será contribuir al conocimiento, difusión y promoción de la historia de la democracia en España a través de la preservación de los archivos de los presidentes del Gobierno Constitucionales.

Se regulan los Lugares de Memoria Democrática con una función conmemorativa y didáctica… Se declara extinguida la Fundación de la Santa Cruz del Valle de los Caídos.

I amb això s’obté una “garantia de no repetició?” En altres països està prohibida la refundació de partits feixistes i és molt curiós que un estat que es va dotar d’una “llei de partit” que va permetre il·legalitzar desenes de formacions independentistes basques ni tan sols al·ludeixi aquí a aquesta possible mesura.

Però quina “garantia de no repetició” pot haver-hi si les institucions que van ser puntals del règim franquista, com la Guàrdia Civil, l’exèrcit o l’audiència nacional – tribunal especial nascut directament del TOP – mai han estat sotmeses a depuració i ni tan sols se li demana la formalització d’un “punt i a part” (vaja un simple reconeixement de que com a institucions es van portar malament i que no ho tornaran a fer).

El Título III defensa de la memoria democrática y la dignidad de las víctimas, disponiendo la creación de un registro de entidades memorialistas. Se crea un Consejo de Memoria Democrática como órgano consultivo y de participación de dichas entidades y prevé la constitución de una comisión estatal de la Memoria y la Reconciliación con el Pueblo Gitano en España.

Res de nou: és costum dels governs d’aquest estat, quan es tracta
d’abordar qualsevol qüestió espinosa, crear consells, comissions i
fundacions, dispositius burocràtics d’intermediació pensats per donar peixet
a uns quants “representants” de les víctimes.

Finalmente, el Título IV incorpora un régimen sancionador… en defensa de las víctimas y de la dignidad de los principios y valores constitucionales en el espacio público. Establece multas que van desde los 200 euros a los 150.000.

Només recordem que les multes de la llei mordassa van des dels 100 als 600.000 euros que s’apliquen quan els “valors constitucionals” són qüestionats per gent que recorda com es va fabricar aquesta constitució.

En definitiva:

La Llei que s’està tramitant, destinada a substituir la de memòria històrica del govern Zapatero, manté intacta la garantia d’impunitat per als criminals del franquisme. Ni fa esment de les responsabilitats de grans empreses i fortunes, de l’església i d’institucions de l’estat en guerra civil i dictadura.

Sacralitza la Constitució com a referent de la idea mateixa de democràcia quan, cas únic a la història, dels set redactors tres havien estat membres de les corts franquistes (imagineu una constitució italiana redactada amb la participació de membres destacats del règim de Mussolini) – i no parlem del paper de seguiment del redactat que van exercir els alts comandaments de l’exèrcit – i quan la mateixa Carta Magna no menciona ni de lluny cap condemna del franquisme.

Ignora l’existència d’una institució que és la màxima de l’estat, el representant de la qual gaudeix d’absoluta immunitat i que és cap de les forces armades… institució imposada pel dictador en substitució de la forma legal que havia estat enderrocada pel cop d’estat, la república.

No impugna la legitimitat del règim franquista i només es centra en els seus “òrgans repressors”.

Manté l’inaudit silenci sobre els maquis: la guerrilla antifeixista que més va durar a tota Europa (fins als anys 60), on els maquis són els autèntics herois nacionals, no és mencionada, ni és reconegut als seus militants l’estatus de combatents. Aquesta “anomalia” ha comportat fins ara autèntiques aberracions, que aquesta llei no esmena: el primer nom de la llista de víctimes del terrorisme (aquelles que si les insultes et cauen anys de presó i no multetes)  és un tal Francisco Fuentes de Fuentes Castilla y Portugal (tinent de la Guardia Civil), cap de la banda de mercenaris a sou del feixisme que va emboscar l’any 1960 el Maquis anarquista Quico Sabater i assassinar els seus 4 companys. En el tiroteig l’home va morir i el Quico va passar de ser bandit per a la justícia franquista a ser el primer terrorista de la futura democràtica Espanya.

És una llei en definitiva que no trenca amb al passat feixista, ni fa justícia de cap dels nombrosos crims de la dictadura i ni tan sols ofereix cap rescabalament real, que no sigui un reconeixement simbòlic que en tot cas arriba massa tard, tant tard com per sonar a befa.

Una “Memòria democràtica” que s’oblida, no ja de derogar, ni tan sols d’esmentar la Llei d’Amnistia de 1977, instrument fonamental per blindar la impunitat dels criminals del franquisme.

Tot plegat una mostra més de la feblesa
política, ideològica i cultural de l’esquerra, incapaç de posar la
consideració del franquisme present dins d’una perspectiva ni tan sols
democràtica formal, perquè la perspectiva de classe ja fa temps que l’ha
deixada en el calaix de l’oblit.

Tot i la preocupació d’alguns dels promotors per acabar amb les ofenses més cridaneres a la memòria de tantes víctimes (anul·lació de judicis i dignificació de morts i desapareguts) aquest text sembla perseguir principalment l’objectiu polític d’un blanqueig del dogma constitucionalista, centrat en l’obsessiva defensa de la unitat de la pàtria (l’ “antes roja que rota”) i, de passada, en la naturalització del concepte de nació espanyola. Tot de cara a recuperar una imatge homologable als sistemes vigents en l’entorn europeu, imatge molt danyada per la recent repressió del moviment civil català i pels nombrosos escàndols de corrupció de la monarquia.

Nota: per a Podemos i Comuns s’obre la possibilitat de, tot i aprovar els aspectes positius de la llei, posar de manifest (en el mateix preàmbul, per exemple) la persistència bel·ligerant de poders polítics, militars, judicials, mediàtics  i econòmics que a dia d’avui, any 2020, impedeixen que a l’estat espanyol es pugui parlar d’una autèntica ruptura democràtica amb el passat franquista.

Memòria “democratica”

Una constant dels governs socialistes a l’estat espanyol ha estat, des de fa ja gairebé mig segle, assaonar polítiques neoliberals (privatitzacions, liberalització de sectors com el financer, reconversions industrials, i en general de submissió als diktats de gran capital i mercat) amb algun toc aromàtic d’”esquerres”.

Així, amb l’ajut determinant d’una dreta obscurantista, una església preconciliar i una premsa goebbelsiana, han aconseguit a cost zero – ara amb el matrimoni igualitari, ara amb una llei de memòria històrica – mantenir el rol de representant de la meitat democràtica del país.

El govern Sanchez, que a sobre – per la presència no desitjada però inevitable de Podemos i confluències diverses – ha de justificar el títol de “govern més progressista de la història”, encunyat pels exegetes del reformisme post comunista més tronat, torna a tirar del guió “Espanya democràtica versus Dictadura franquista”.

I ho fa amb una nova llei de memòria – Memòria democràtica, aquest cop, enlloc de Històrica, canvi de nom que ja anticipa intencionalitat propagandista – que compta tanmateix amb la presència de persones sincerament compromeses amb l’antifeixisme com en Jaume Asens.

Element que m’empeny a apartar prejudicis i a llegir el que diu el consell de ministres sobre l’avantprojecte de llei. Començant pel començament:

Título preliminar, objetivo y finalidad

El objeto de esta Ley es el reconocimiento de los que padecieron persecución o violencia, por razones políticas, ideológicas, de conciencia o creencia religiosa, de orientación e identidad sexual, durante el período comprendido entre el golpe de Estado de 1936, la Guerra Civil y la Dictadura franquista hasta la promulgación de la Constitución Española de 1978. Se trata de promover su reparación moral y recuperar su memoria e incluye el repudio y condena del golpe de Estado del 18 de julio de 1936 y la posterior dictadura.

Home, comparat amb Itàlia, on la condemna del feixisme encapçala la Carta Magna, una declaració de repudi i condemna en la introducció d’una lleieta aprovada 50 anys després de la mort del dictador sona més aviat a presa de pel. Per altra banda estranya que entre les categories que “padecieron persecución y violència” no hi figurin les minories nacionals: ni que fos per la repressió, innegable, dels seus drets lingüístics [Veure Declaració Universal dels Drets Lingüistics]. En canvi s’hi atorga a  la Constitució Espanyola (que no fa cap esment – no ho oblidem mai – a repudis i condemnes de la dictadura) la funció d’enterradora del franquisme i de porta d’entrada a la “democràcia”.

Però, no content amb això, el legislador rebla:

A su vez, la Ley adopta medidas dirigidas a suprimir elementos de división entre la ciutadania y promover lazos de unión en torno a los valores, principios y derechos constitucionales.

Si pensem que Vox es presenta com a Adalid de la Constitució i dels seus valors i drets ja podem intuir a quins elements de divisió i a quins lazos de unión es fa referència aquí.

Título I, las víctimas

Se determina la consideración de víctima con arreglo a los parámetros internacionales de Derechos Humanos y declara el carácter nulo de todas las condenas y sanciones dictadas durante la Guerra Civil y la Dictadura por los órganos de represión franquista, que asimismo se declaran ilegítimos. Todas ellas tendrán derecho a una Declaración de reconocimiento y reparación.

Además, instaura el 31 de octubre, fecha de la aprobación en Cortes de la Constitución española en 1978 como el día de recuerdo y homenaje a todas las víctimas. Asimismo, se declara el 8 de mayo como día de recuerdo y homenaje a las víctimas del exilio como consecuencia de la Guerra Civil y la Dictadura.

Un Título que también recoge la elaboración un Censo Nacional de Víctimas de la Guerra Civil y la Dictadura, dando respuesta a la fragmentación y dispersión de la información disponible sobre las desapariciones forzadas en ese periodo.

Crea un Banco Nacional de ADN de Víctimas de la Guerra Civil y la Dictadura

La Sección 2ª de este Capítulo I se dedica a los archivos y documentación, verdadera memoria escrita del Estado, regulando el acceso a los fondos y archivos públicos y privados, y garantizando su acceso y protección, con una mención especial al Centro Documental de la Memoria Histórica de Salamanca.

Aquest titol 1 és dedicat a les víctimes, molt bé, però no n’hi ha cap dedicat als botxins, que queden amagats al darrera d’aquell indefinit “órganos de represión franquistes” (que no són GC, exèrcit i TOP/AN, ja que no sembla que aquesta llei vulgui declarar il·legítimes aquestes estructures d’estat, tan constitucionalment acomboiades).  Indefinició que es tradueix en ambigüitat: el Txiqui i Puig Antich van ser víctimes de “órganos de represión del franquismo” (quins?) o reus legalment executats per un escamot de la Guàrdia Civil o condemnats per un tribunal militar?

Sembla doncs que l’objectiu d’aquest títol és definir la Constitució com l’element fonamental i fundador de la nova Espanya democràtica (retent de passada un homenatge a la interpretació post franquista de la guerra civil com a Guerra fratricida i no primer episodi de l’ofensiva feixista que assolaria mig mon). Sempre de passada s’hi crea un Banc Nacional d’ADN i es fa una menció especial del Centre Documental de Salamanca. Tot passant de puntetes sobre les garanties d’accés als arxius estatals sensibles com ara Afers exteriors, TOP,
Interior, DG Policía, presons, etc.

Capítulo II. … se crea la Fiscalía de Sala para la investigación de los hechos producidos durante la Guerra Civil y la Dictadura, hasta la entrada en vigor de la Constitución, que constituyan violaciones de los derechos humanos y del Derecho Internacional Humanitario. Tendrá las funciones de impulso de los procesos de búsqueda de las víctimas de los hechos investigados,….

O sigui tindrem una Fiscalia que determinarà si un assassinat és un assassinat, amb el fi de “impulsar la recerca de les víctimes…”. Per la busca dels autors dels “fets” haurem d’esperar, suposo una vintena d’anys més i una altra fiscalia.

Capítulo III. Medidas de reparación: Se incluyen actuaciones como la investigación de los bienes expoliados durante la Guerra Civil y la Dictadura o el reconocimiento y reparación de las víctimas que realizaron trabajos forzados. Como medida reparadora de las personas que sufrieron el exilio, se dispone una regla para la adquisición de la nacionalidad española para nacidos fuera de España de padres o madres, abuelas o abuelos, exiliados por razones políticas, ideológicas o de creencia. Los voluntarios integrantes de las Brigadas Internacionales podrán adquirir la nacionalidad española por carta de naturaleza.

Altrament dit: s’investigarà per descobrir qui ha estat expoliat i esclavitzat, però no qui el va expoliar ni esclavitzar, com per exemple les empreses que van fer fortunes colossals amb els treballs forçats i que avui continuen galdoses acumulant beneficis a costa de l’erari públic. Ara bé, la mesura reparadora va molt més enllà de la simple restitució dels bens robats o d’una indemnització pels anys de presidi: es concedirà la NACIONALITAT ESPANYOLA!

Capítulo IV: la memoria como garantía de no repetición… retirada de los símbolos y elementos públicos contrarios a la Memoria Democrática… medidas para evitar actos de exaltación o enaltecimiento del alzamiento militar, la Guerra Civil o el régimen dictatorial…. revocación de distinciones, nombramientos, títulos y honores institucionales, de condecoraciones y recompensas o títulos nobiliarios, que hayan sido concedidos o supongan la exaltación de la Guerra Civil y la Dictadura.

Asimismo, incluye actuaciones dirigidas a fundaciones y asociaciones entre cuyos fines se encuentre la apología del franquismo o la incitación directa o indirecta al odio o la violencia contra las víctimas de la Dictadura franquista.

… contenidos curriculares para ESO y Bachillerato, y … fomentar, promover y garantizar en la ciudadanía el conocimiento de la historia democrática española. … una Fundación del Sector Público, cuyo objeto será contribuir al conocimiento, difusión y promoción de la historia de la democracia en España a través de la preservación de los archivos de los presidentes del Gobierno Constitucionales.

Se regulan los Lugares de Memoria Democrática con una función conmemorativa y didáctica… Se declara extinguida la Fundación de la Santa Cruz del Valle de los Caídos.

I amb això s’obté una “garantia de no repetició?” En altres països està prohibida la refundació de partits feixistes i és molt curiós que un estat que es va dotar d’una “llei de partit” que va permetre il·legalitzar desenes de formacions independentistes basques ni tan sols al·ludeixi aquí a aquesta possible mesura.

Però quina “garantia de no repetició” pot haver-hi si les institucions que van ser puntals del règim franquista, com la Guàrdia Civil, l’exèrcit o l’audiència nacional – tribunal especial nascut directament del TOP – mai han estat sotmeses a depuració i ni tan sols se li demana la formalització d’un “punt i a part” (vaja un simple reconeixement de que com a institucions es van portar malament i que no ho tornaran a fer).

El Título III defensa de la memoria democrática y la dignidad de las víctimas, disponiendo la creación de un registro de entidades memorialistas. Se crea un Consejo de Memoria Democrática como órgano consultivo y de participación de dichas entidades y prevé la constitución de una comisión estatal de la Memoria y la Reconciliación con el Pueblo Gitano en España.

Res de nou: és costum dels governs d’aquest estat, quan es tracta
d’abordar qualsevol qüestió espinosa, crear consells, comissions i
fundacions, dispositius burocràtics d’intermediació pensats per donar peixet
a uns quants “representants” de les víctimes.

Finalmente, el Título IV incorpora un régimen sancionador… en defensa de las víctimas y de la dignidad de los principios y valores constitucionales en el espacio público. Establece multas que van desde los 200 euros a los 150.000.

Només recordem que les multes de la llei mordassa van des dels 100 als 600.000 euros que s’apliquen quan els “valors constitucionals” són qüestionats per gent que recorda com es va fabricar aquesta constitució.

En definitiva:

La Llei que s’està tramitant, destinada a substituir la de memòria històrica del govern Zapatero, manté intacta la garantia d’impunitat per als criminals del franquisme. Ni fa esment de les responsabilitats de grans empreses i fortunes, de l’església i d’institucions de l’estat en guerra civil i dictadura.

Sacralitza la Constitució com a referent de la idea mateixa de democràcia quan, cas únic a la història, dels set redactors tres havien estat membres de les corts franquistes (imagineu una constitució italiana redactada amb la participació de membres destacats del règim de Mussolini) – i no parlem del paper de seguiment del redactat que van exercir els alts comandaments de l’exèrcit – i quan la mateixa Carta Magna no menciona ni de lluny cap condemna del franquisme.

Ignora l’existència d’una institució que és la màxima de l’estat, el representant de la qual gaudeix d’absoluta immunitat i que és cap de les forces armades… institució imposada pel dictador en substitució de la forma legal que havia estat enderrocada pel cop d’estat, la república.

No impugna la legitimitat del règim franquista i només es centra en els seus “òrgans repressors”.

Manté l’inaudit silenci sobre els maquis: la guerrilla antifeixista que més va durar a tota Europa (fins als anys 60), on els maquis són els autèntics herois nacionals, no és mencionada, ni és reconegut als seus militants l’estatus de combatents. Aquesta “anomalia” ha comportat fins ara autèntiques aberracions, que aquesta llei no esmena: el primer nom de la llista de víctimes del terrorisme (aquelles que si les insultes et cauen anys de presó i no multetes)  és un tal Francisco Fuentes de Fuentes Castilla y Portugal (tinent de la Guardia Civil), cap de la banda de mercenaris a sou del feixisme que va emboscar l’any 1960 el Maquis anarquista Quico Sabater i assassinar els seus 4 companys. En el tiroteig l’home va morir i el Quico va passar de ser bandit per a la justícia franquista a ser el primer terrorista de la futura democràtica Espanya.

És una llei en definitiva que no trenca amb al passat feixista, ni fa justícia de cap dels nombrosos crims de la dictadura i ni tan sols ofereix cap rescabalament real, que no sigui un reconeixement simbòlic que en tot cas arriba massa tard, tant tard com per sonar a befa.

Una “Memòria democràtica” que s’oblida, no ja de derogar, ni tan sols d’esmentar la Llei d’Amnistia de 1977, instrument fonamental per blindar la impunitat dels criminals del franquisme.

Tot plegat una mostra més de la feblesa
política, ideològica i cultural de l’esquerra, incapaç de posar la
consideració del franquisme present dins d’una perspectiva ni tan sols
democràtica formal, perquè la perspectiva de classe ja fa temps que l’ha
deixada en el calaix de l’oblit.

Tot i la preocupació d’alguns dels promotors per acabar amb les ofenses més cridaneres a la memòria de tantes víctimes (anul·lació de judicis i dignificació de morts i desapareguts) aquest text sembla perseguir principalment l’objectiu polític d’un blanqueig del dogma constitucionalista, centrat en l’obsessiva defensa de la unitat de la pàtria (l’ “antes roja que rota”) i, de passada, en la naturalització del concepte de nació espanyola. Tot de cara a recuperar una imatge homologable als sistemes vigents en l’entorn europeu, imatge molt danyada per la recent repressió del moviment civil català i pels nombrosos escàndols de corrupció de la monarquia.

Nota: per a Podemos i Comuns s’obre la possibilitat de, tot i aprovar els aspectes positius de la llei, posar de manifest (en el mateix preàmbul, per exemple) la persistència bel·ligerant de poders polítics, militars, judicials, mediàtics  i econòmics que a dia d’avui, any 2020, impedeixen que a l’estat espanyol es pugui parlar d’una autèntica ruptura democràtica amb el passat franquista.

La farsa del judici per plaça Catalunya (2011)

NO ÉS AIXÒ.   https://directa.cat/el-mosso-jordi-arasa-de-nou-a-judici-pel-desallotjament-del-15-m-a-la-placa-catalunya-el-2011/

Aquest article de la Directa és la demostració més evident de com les narracions hegemòniques s’imposen i defineixen els límits dels nostres mateixos discursos.

Ja ningú, ni tan sols la majoria de les persones querellants, recorda que el nucli de la denuncia pels “fets de plaça Catalunya” era la violació de drets polítics fonamentals i que la responsabilitat que s’hi exigia era en primer lloc política i encarnada en el Felip Puig, llavors conseller d’interior del govern d’Artur Mas.

Que aquell judici acabi amb una sanció a un miserable personatge que “pringa” per haver actuat a cara descoberta és en si mateix una enèsima presa de pèl per a qui s’havia fet la il·lusió d’obtenir “reconeixement, reparació i garantía de no repetició”.

I tanmateix aquest episodi i la seva derivada judicial podria considerar-se com a paradigma del que és realment (com funciona, quins són els seus objectius), l’anomenat sistema de garanties democràtiques que la poca o molta gent dissident patim. L’argumentari del Felip Puig i dels seus matons, així com de les tertulianes de la caverna mediàtica (en aquest cas catalana), amb la Rahola al capdavant, va anticipar en aquella ocasió per fil i per randa el que 6 anys després emprarien el ministre Zoido i els seus sicaris per justificar la ràtzia contra milers de persones culpables de voler votar. Així com l’acusació de “sedició” mantinguda per la Generalitat contra manifestants d'”Envoltem el parlament” (amb companyes condemnades a penes de presó) sería una anticipació del judici farsa dut a terme contra “culpables d’independentisme” per part del Tribunal Suprem.

També ha estat coherent el paper de la Fiscalia, letàrgica quan es tracta de perseguir conductes policials lesives de drets bàsics (només s’han despertat fa uns mesos en el cas Arasa, i perquè al cap i a la fi tot i ser un sicari, l’home no és ben bé un dels SEUS sicaris), però que agafa ritmes frenètics quan es tracta de perseguir mecànics, bombers o mestres culpables d'”adoctrinar” (allò que en altres països en diuen educar).

“Imperi de la llei”, “violència ambiental”, “respecte sagrat a la institució” “deure d’obediència”, protecció sense fissures del braç armat (el Felip Puig tal vegada no va tenir temps per condecorar els mamporreros de la BRIMO, com han fet en Zoido i el Marlaska amb els pegadors de iaies de la nacional i la Benemèrita, però m’hi jugo el que sigui que no li van faltar ganes) així com el menyspreu de la idea de no violència i de la seva pràctica, van ser els principis que van guiar aquella actuació, la seva justificació pública i l’exigència posterior d’impunitat per a tots els responsables.
És un greu error considerar tot plegat com una falla del sistema, com un “abús” més, que cal denunciar o criticar. El sistema és això. Funciona així. Està dissenyat per garantir un ordre, uns privilegis, un status qui determinat. Allò que anomenen drets fonamentals és un accessori estètic amb funció d’aspirina per apaivagar els brots de revolta que puguin sorgir del cos social. Si per a alguna cosa hauria de servir l’experiència d’aquesta pallassada de judici sobre el 27 M és per entendre d’una vegada que dins d’aquest sistema no hi ha garanties per a nosaltres, la gent disconforme, crítica, rebel i sí, en canvi, impunitat per als guardians armats de la llei, és a dir del conjunt de regles – sempre modificables i interpretables a conveniència del més fort – que assegurin l’estabilitat del poder.

I, un cop entès això, comprendre que només la nostra autoorganització i la pràctica directa de la defensa (que inclou una resposta proporcional a la violència arbitrària del feixisme, uniformat o no) són la resposta adequada a la retallada continua i inexorable d’espais de llibertat que estem sofrint!

Elezioni generali spagnole (ovvero: visto che lo fan tutti anch’io voglio dir la mia)

Prendiamo un po’ di distanza. Nel 2007 il «miracolo economico» spagnolo si sgonfia. I soldi pompati da Bruxelles si riducono, le varie bolle speculative scoppiano e di colpo in molti si rendono conto che il re è nudo.

Veramente le prime avvisaglie c’erano già state nel 2000 con il movimento no global e prima, dalla transizione (1978) in poi, ma adesso la cosa si fa seria e la gente scende in piazza.

Nel 2011 gli indignati occupano le piazze. Sorgono le maree (in difesa delle pensioni, della salute, della scuola pubblica). Risposta dello stato (compresi i suoi rappresentanti “regionalñi”): indurimento delle leggi, mano dura della polizia, convogliamento delle aspirazioni al cambiamento di tanta gente in un nuovo partito politico – Podemos – che da subito accetta tutte le regole del gioco (capitalista) e si candida come sostituto di un PSOE corroso da corruzione e derive autoritarie e ormai divenuto un carozzone anchilosato.

Per sicurezza però settori della grande banca fanno nascere un’altra creatura da battezzare con l’etichetta di «nuova politica»: Ciudadanos, una specie di Podemos di destra, destinato a sua volta a rimpiazare un partito popolare ormai divenuto una fogna a rischio di essere dichiarata associazione a delinquere (900 membri del partito imputati per corruzione, traffico d’influenze e un eccetera da fedina penale degna di Al Capone).

In Catalogna però, sventato con qualche difficoltà supplementare (a Barcellona la nuova sindaco farà sperare per qualche tempo in rivolgimenti significativi) il pericolo dell’»indignazione», si apre subito una nuova falla nella struttura di potere: il movimento indipendentista. Per la prima volta dalla morte di Franco milioni di persone rimettono apertamente in causa le basi dell’assetto istituzionale voluto dal Caudillo (con monarchia, tribunali speciali e intangibilità dei privilegi concessi alle oligarchie di tutta la Spagna durante la dittatura). È un assalto che continua, nonostante una repressione sproporzionata rispetto ai mezzi messi in campo dal movimento (di un pacifismo a volte irritante, sempre sorprendente).

Giocate tutte le carte (carcere, pestaggi, multe, denunce a tappeto, intossicazione mediatica, minacce e squadracce) e constatato il loro scarso effetto sulla volontà di mezza Catalogna di staccarsi da uno stato autoritario e repressivo come primo passaggio verso un qualcosa di diverso… anzi, constato che la «febbre indipendentista» stava cominciando a diffondersi altrove nello stato (con decine o centinaia di referendum autoorganizzati in università e quartieri sulla monarchia, con manifestazioni di solidarietà, con organizzazioni in rete antirepressive, con mezzi di controinformazione), restava da giocare una carta, che nel resto dell’Europa aveva funzionato bene: la minaccia dell’estrema destra.

Cosicché stavolta sono stati tirati fuori dalla manica (del PP) alcuni elementi particolarmente biechi, che hanno raffazzonato un programma pieno di tutte le topiche maschiliste, ultranazionaliste, tradizionaliste da strapaese (la corrida, le processioni di settimana santa, la caccia), e ovviamente xenofobe (con la particolarità, già collaudata, del nemico catalano, ottimo ingrediente da aggiungere alla ricetta del nemico interno ed esterno da cui dobbiamo difenderci). Insomma hanno creato VOX.

Che, in realtà, non è che proponga nulla che non sia già stato proposto dagli altri partiti dell’ultradestra erede del franchismo (dalla rimessa in causa del diritto all’aborto, alla negazione delle altre lingue e culture presenti nello stato, alla denuncia dei matrimoni fra omosessuali, all’indurimento delle leggi per gli stranieri ecc.), ma lo fa senza nessun complesso, ruttando e sputando per terra. Come un vero maschio iberico, insomma!

E così anche la Spagna ha il suo pericolo fascista! Già di per se la cosa farebbe ridere, se si pensa che il dittatore è seppellito in una specie di piramide cattolica che si fece costruire per riposarvi ab aeternum accanto all’ideologo della Falange, Jose Antonio Primo de Rivera. Se si pensa che questo paese era una repubblica e che se c’ha un borbone come capo di stato è per esclusiva volontà di Francisco. Se si pensa che il Tribunale di Ordine Pubblico del franchismo funziona a pieno ritmo, nello stesso posto (e per decenni con gli stessi giudici), solo che con un nome diverso, che la Costituzione fu il risultato di un accordo fra gerarchi del regime e quattro rappresentanti di partiti esistenti per modo di dire e sotto l’attenta sorveglianza degli alti comandi dell’esercito, che non è stato perseguito un solo crimine delle migliaia commesse durante e dopo la guerra dalle bestie franchiste, che la classe dominante (proprio le famiglie, poche centinaia) continua ad essere il medesimo mix di aristocrazia ignorante e oziosa, di palazzinari e speculatori, di banchieri arruffoni, cresciuta all’ombra del Caudillo.

Ma un buon burattinaio sa che basta far “come se” ci si trovasse in una democrazia vera e propria, uno stato di diritto, tanto poi ci sono i media e gli impiegati statali e i politici che faranno di tutto per crederci e per farlo credere urbi et orbi. E infatti, a forza di ripetizioni, la gente, soprattutto fuori di qui e fra quelli che aspettano l’una del mattino per vedere alla televisione come la Isabel Pantoja scende da un elicottero sull’isola del programa “Supervivientes”, ci crede. Ci credono fino a tal punto, gli spagnoli di fede, che reagiscono alla minaccia fascista come han visto fare agli europei: si spaventano e votano il male minore. All’insegna del «non toccare nulla che magari si rompe e allora viene il fascismo».

In parole povere: per la stabilità del già di per se instabilissimo sistema capitalista, per la gestione delle immediatamente future e prevedibili crisi, attualmente è più efficiente il vecchio carrozzone PSOE, un po’ rattoppato e rinsanguato di denari e di sostegni internazionali ed interni, che un tripartito fascista che porterebbe probabilmente a uno strangolamento dell’unica gallina produttiva che rimane alla Spagna, la Catalogna, e provocherebbe un clima di tensione non certo consono agli interessi di chi vede ancora la possibilità di far funzionare la macchina estrattivista ai danni di popoli che è bene spaventare ma non tanto da paralizzarli o farli reagire con disperazione.

Insomma per ora il fascismo, almeno la sua versione più hard, va bene come minaccia, visto che le basse bisogne repressive sono già svolte egregiamente dalle attuali forze sicariali. E la comparsa di Vox, che a molti appare ridondante visto che da qui il fascismo come si è visto non se n’è mai andato, va letta come una imitazione da «parvenu» («cazzo, tutti c’hanno un pericolo fascista in Europa, e noi che siamo, i figli del prete?») più che un fenomeno nuovo e inquietante.

Con questo non voglio dire che la presenza normalizzata e normale del discorso di questa feccia post franchista non sia inquietante, solo che non è nessuna novità e che siamo in molti in questo paese ad essere perfettamente consapevoli che le strutture di potere spagnole sono pronte – con o senza Vox – a ricorrere alla più feroce barbarie per soffocare la dissidenza, come provano le migliaia di casi di tortura, gli stati di eccezione in Euskadi, la repressione brutale in Andalusia, la demonizzazione dell’avversario politico in Catalogna, l’asservimento della stampa ed il solito eccetera che suole definire un regime di stampo autoritario rispetto ad uno di democrazia formale.