Elezioni in Catalogna

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Elezioni in Catalogna 2021. Più di dieci anni dall’inizio del ciclo indipendentista i risultati dicono:

Spazio indipendentista:

In queste elezioni i partiti apertamente indipendentisti hanno ottenuto maggioranza assoluta in voti e seggi. Alcune riflessioni:

  • Definitiva scomparsa di CiU (Federazione fra Convergència Democràtica de Catalunya e Unió Democràtica). Uno dei partiti creatori del regime del 78. Prima duramente attaccato per la corruzione (smascherata e perseguita in giustizia dall’associazionismo di base della società catalana), cerca di cavalcare la tigre del nascente movimento d’indignazione per la sentenza del Costituzionale che cassa lo Statuto approvato in referendum. Prima se ne va la destra di Unió (che attualmente è integrata nella coalizione elettorale del … PSC, con al n. 3 della candidatura il suo leader, Ramon Espadaler. E in queste elezioni naufraga miseramente l’erede diretto di Convergencia: il PdCat, che non ottiene nemmeno un rappresentante. CiU quindi, grazie al movimento indipendentista, è l’unico partito del regime che scompare come tale.
  • Senza dubbio la pratica totalità dell’indipendentismo è antifascista. L’unico gruppuscolo identitario che spesso è stato citato da analisti prezzolati per dimostrare un’anima di destra del catalanismo in genere ha ottenuto solo una manciata di voti ed è rimasto ben lontano dalla soglia di rappresentanza. Solo gli indipendentisti e qualche settore anarchico hanno contrastato in tutto questo tempo la presenza di Vox e del suo discorso omofobo e razzista in piazze di tutti i paesi e quartieri della Catalogna e sui media pubblici (presenza imposta dalla JEC). Spesso questo attivismo antifascista è stato definito da settori socialisti e dei Comuns come “attacco alla libertà di espressione”.
  • Chi conosce la piazza e si muove nei movimenti sociali sa fino a che punto il contenuto “diritto di autodeterminazione” è presente in praticamente tutte le lotte, da quelle sindacali a quelle per la casa o di difesa dell’ambiente o femministe. E sa che questo ambito è l’unico che ha appoggiato attivamente la denuncia del milione di catalani che non possono votare (residenti che non hanno la cittadinanza spagnola). E conosce la forza delle grandi organizzazioni: Omnium, ANC e della costellazione di collettivi, partiti e associazioni che configurano lo spazio dell’indipendentismo sociale.
  • L’estrema sinistra anticapitalista catalana è senza dubbio la più forte, in termini relativi, d’Europa. La candidatura CUP ha raccolto finora un ventaglio vastissimo di organizzazioni anticapitaliste e di estrema sinistra, da quelle neo-leniniste a molte libertarie. Ed il suo peso è in grado di condizionare tutto lo spazio politico e di far penetrare in ampi settori della società analisi e cultura di radicalità se non rivoluzionaria, democratica.
  • l’ambito indipendentista, lungi dal rappresentare un “ritorno al passato” come vuole il discorso statale egemonico, è una fucina di proposte per un diverso futuro europeo, dove la UE non è più vista come un “club di stati” ma una unione di popoli, una federazione di regioni, o di città, un qualcosa comunque posto al servizio della gente e non delle merci.

Ambito unionista:

Di nuovo i partiti apertamente unionisti hanno ricevuto una minoranza dei voti, anche se il partito più votato in termini relativi è il PSC.

  • Il PSC/PSOE, partito colonna del regime post franchista ha recuperato in queste elezioni parte dei voti del Frankestein politico Ciudadanos. Non abbastanza da formare governo senza uno dei partiti indipendentisti, nonostante la formidabile campagna per mobilitare il voto nazionalista spagnolo portata avanti con il sostegno del governo e della totalità dei media spagnoli. La sua collocazione a sinistra non è sostenuta da nessun gesto o programma politico obiettivo, al di là di quattro misure simboliche (in questa legislatura la legge sull’eutanasia) e il ricorso a una fraseologia vuota (le politiche sociali(??).
  • Ciudadanos, (partito a suo tempo  finanziato dalla banca come alternativa di destra a Podemos e nazionalista spagnola all’indipendentismo) crolla e dalla sua decomposizione spunta con forza VOX, che raccoglie tutti i voti che non sono andati al PSC.
  • PP, a rischio di scomparsa dal parlamento catalano.
  • VOX, Cioè l’estrema destra dichiarata e senza complessi che assicura che butterà fuori gli immigrati illegali e che chiuderà manu militari istituzioni e televisioni pubbliche catalane, completa adesso il quadro della destra spagnola che è maggioranza nel resto dello stato (meno Euskadi). E che qui rappresenta una esigua minoranza (20 seggi su 135).
  • Una caratteristica dell’unionismo è che la presenza nell’associazionismo sociale si riduce a quella spesso clientelare del PSC, che conta fondamentalmente su di un agguerrito esercito di quadri sindacali e di partito, impiegati comunali, presidenti di associazioni sovvenzionate. La destra unionista è assente dalla vita comunitaria catalana.
  • Non solo quest’area non è antifascista ma civetta con gli ultra di Vox (il governo centrale di PSOE-Podemos ha accettato con gratitudine il sostegno sia pur indiretto di Vox alla sua gestione dei fondi europei) e si è dedicata nel corso della campagna a criminalizzare tutti i presidi antifascisti.
  • La visione dello stato (da PSC a Vox) è identica, così come lo è quella dell’Unione Europea che semmai si vorrebbe un po’ più generosa nell’allentare i cordoni della borsa e meno ficcanaso nelle faccende giudiziarie e di rispetto dei diritti umani e civili.

Poi ci sono i Comuns.

Nonostante la proclamata equidistanza, hanno adottato in tutta la campagna un approccio etnicista, camuffato da denuncia dell’etnicismo altrui. Assenti ormai dall’antifascismo di piazza e dalle lotte in genere, e ormai esaurite le riserve di popolarità ereditate dal movimento degli “Indignati” si limitano ormai a tirare la volata al fratello maggiore, il PSC. La loro farneticazione li porta a proporre un “governo di sinistra” dal quale escludono la CUP – che ormai ha un seggio più di loro – e con il PSC, mentre pongono il veto a qualsiasi governo sostenuto da JxC (certo non più neoliberale di quelli del Sanchez).

Un “né carne né pesce” nazionale e sociale che si sgonfia a ogni giro elettorale.

VICTIMES

ETA neix l’any 1959 i es dissol definitivament l’any 2018. 59 anys de lluita armada. La GC li atribueix en total 817 morts (478 policies i militars).

El franquisme va iniciar amb el cop militar de 1936 i va acabar – diuen – l’any 1978. 42 anys. Els morts que va provocar van ser centenars de milers, centenars de milers les persones empresonades, torturades, violades. Més alguns centenars d’assassinats en els anys posteriors per ma de forces policials o paramilitars.

En el primer cas el regne d’Espanya ha implementat una legislació d’excepció que implica tota mena de suspensió de drets, cadenes perpetues encobertes, política de dispersió, maltractaments i tortures per als combatents, i penes severes per a qui els doni recolzament o simplement els consideri tals i no “terroristes” (“enaltiment del terrorisme”). Per altra banda les víctimes d’ETA reben distincions, els seus familiars pensions i és durament castigat (pel delicte d’ “escarni a les víctimes del terrorisme”) qualsevol que no accepti el relat oficial.

En el segon cas, el del franquisme,  el victimari mai ha estat incomodat i les víctimes s’han hagut de conformar amb no haver rebut més i poder-ho explicar.

Des de fa uns anys però, i davant d’unes institucions internacionals – el treball dels hereus dels vençuts no preocupa gaire – entestades en recordar detalls   com que l’estat espanyol és el segon al mon en nombre de desapareguts, han començat a sortir de la màniga de “governs d’esquerres” lleis destinades a recuperar una fumosa i no ben definida “memòria democràtica”. Pomposament inspirades en els principis de “veritat, reparació i garantia de no repetició” insinuen unes tímides (i ja reiteradament i clamorosament violades) prohibicions d’enaltiment del franquisme i d’escarni de les seves víctimes. Fins i tot hi són previstes per als infractors algunes multes – inferiors en general a les que et poden caure per escriure en una paret “llibertat d’expressió” – i per a les víctimes diplomes i exhumacions.

Aviat li tocarà el torn al Parlament de Catalunya, que votarà la seva pròpia llei de “memòria democràtica”.

I un es pregunta: posats a jugar el joc de la democràcia representativa, perquè no exigir que tant a víctimes com a executors s’apliquin, tant en un cas de terrorisme com en l’altre, exactament els mateixos criteris i tipus penals (o administratius)? O és que algú considera que el franquisme escampà menys terror que la “banda armada”? O que les víctimes “roges” tenen menys drets que les altres?

Una sola llei antiterrorista i un idèntic tractament per a totes les “víctimes del terrorisme”.

M’agradaria molt sentir els arguments per oposar-s’hi dels defensors de l’”estat de dret” on tots els ciutadans compten per igual.

Sigui com sigui, ben lluny de posar límits i obstacles als elements feixistes, que a l’estat mai han deixat de tenir molt bona salut, aquestes lleis compleixen a bastament un únic objectiu: blanquejar una suposada democràcia on el feixisme no només mai ha estat derrotat, si no que ha definit la mateixa forma de l’estat (monarquia, ho recordo), i on es continuen violant drets polítics i civils de dissidents i opositors sistemàticament reprimits.

DEMANEU PERDÓ

COMUNICAT

Sobre la sentència definitiva pel “desallotjament de Plaça Catalunya” del 27 de maig de 2011

El 27 de maig de 2011 un centenar de mossos d’esquadra de la BRIMO amb el suport de la  GU sota les ordres del conseller d’interior Felip Puig van intentar posar fi, amb un nivell de violència desproporcionat, a una experiència de creació d’una àgora ciutadana auto convocada en Plaça Catalunya

Una protesta ciutadana que va sortir a tots els mitjans durant dies, que tenia un 90% de recolzament ciutadà i que era radicalment pacifista i diversa.

57 persones ferides per aquella agressió van presentar una querella col·lectiva per la violació de drets polítics fonamentals, com el de reunió i manifestació.

Malgrat la feina titànica d’un equip d’advocades compromeses, 11 anys han servit només per tal que tot un Tribunal Suprem  ens acabés comunicant en llenguatge pompós què era el que en realitat havia passat aquell dia: que un únic policia s’havia excedit en l’ús de la porra i que la justícia “castigaria” aquest cap de turc amb una condemna (que no complirà) a presó i una multa (que probablement pagaran els sindicats policials).

Cap responsabilitat exigida al centenars d’altres excedidors que aquell dia es van aplicar a fons per fer-nos mal pel crim de voler estar i debatre en una plaça, ni als responsables polítics d’aquell atropellament massius de drets.

Tot el procés ha estat una experiència de re-victimització de les 57 persones que es van personar en la denuncia per l’agressió tant a la seva integritat física, com a la seva dignitat: menystingudes per jutges i fiscalia, obligades a esmerçar molt de temps i energia pels requeriments del procés i ignorades per les institucions representatives.

La Generalitat, administració que en teoria pertany a tota la ciutadania i que, també en teoria, hauria de garantir-nos poder exercir tranquil·lament i en seguretat les nostres pacífiques reunions i manifestacions, en aquests 11 anys, després d’enviar la seva policia a agredir-nos, ha pagat la defensa, els recursos, els advocats del Jordi Arasa, declarat finalment culpable i per tant – tècnicament a més de substancialment – delinqüent.

Alhora que emplacem la “nostra” administració a no malbaratar més recursos en apel·lacions i argúcies legals per assegurar la impunitat d’aquest policia, com ja ho ha aconseguit amb la resta de culpables, policials i polítics, també preguntem perquè, al llarg d’aquests 11 anys cap exponent de les institucions del país (Generalitat i Ajuntament de Barcelona) ni cap responsable del sistema judiciari espanyol, hagin gastat mai ni una sola paraula per demanar disculpes i oferir suport i rescabalament a les desenes de  víctimes d’aquella repressió pròpia de règims autoritaris.

Nosaltres seguim aquí, a l’espera que algun exponent d’ aquest estat de dret de fireta ens demani perdó.

Barcelona, 6 de febrer de 2023

Llengües “comunes”

És sabut que el passat 22 d’octubre de 2022, en el 100 aniversari de la “Marcia su Roma de Benito Mussolini”, era nomenada president del govern italià Giorgia Meloni, cap de llista del partit Fratelli d’Italia, organització hereva del MSI i del prohibit partit feixista.

Amb el 26% dels vots (7 milions de vots) i en aliança amb les formacions xenòfobes i neoliberals de Salvini i Berlusconi, el  primer govern de la república sorgida de la lluita antifeixista i encapçalat per una dona té, entre els seus objectius, la imposició d’agendes ultraliberals en economia, atlantisme a ultrança associat a un euroescepticisme més de formes que de contingut en política exterior, mà dura en temes d’ordre públic i estrangeria i centralització nacionalista i identitària en l’articulació institucional del país.

En el seu programa està prevista una bateria de reformes constitucionals que afecten gairebé el 20% de la carta magna redactada arran de la derrota del règim feixista, l’any 1947.

Una de les esmenes proposades, tot i que “menor”, és especialment significativa: l’afegit a l’article 12 – que diu que el tricolor és la bandera de la República – de la frase “l’italià és la llengua oficial i tots els ciutadans tenen el deure de coneixer-la i el dret d’utilitzar-la”. Els ministres del govern neofeixista declaren obertament que es tracta d’un fórmula copiada de la constitució espanyola.

Tot i les moltes i substancials diferències que hi ha en la gènesi de l’estat italià unitari i en les dinàmiques de difusió/imposició de l’italià com a llengua oficial respecte al cas espanyol, de seguida ha resultat evident la naturalesa neofeixista de la mesura.

De fet ja en el seu moment el legislador havia evitat a questa al·lusió a l’idioma “unitari” per subratllar l’allunyament del nacionalisme agressiu i identitari que havia constituït la base de la ideologia del regim feixista, així com avui els sectors encara honestament democràtics del país assenyalen a les implicacions de discriminació envers tant nouvinguts immigrats o exiliats, com minories lingüístiques i nacionals – nombroses al llarg de tota la península -,  implícites en el rang de la nova norma.

“Podem afirmar que on hi ha unitat lingüística hi ha unitat nacional ” diu el ministre  Menia, molt preocupat per la defensa de la “identitat italiana de les nostres ciutats i pobles “.

Els constitucionalistes espanyols estan d’enhorabona: “la Intocable del 78” és copiada com a referent i font d’inspiració pel primer govern post feixista d’un dels països més importants d’Europa occidental!

Amnèsies i complicitats

S’acosta Sant Jordi i la xarxa va plena de consells i recomanacions sobre títols i autors. Per no ser menys aporto el meu gra de sorra amb la DENUNCIA d’un llibre editat per Tusquets una de les moltes editorials del grup Planeta (ttps://ca.wikipedia.org/wiki/Grupo_Planeta i https://ca.wikipedia.org/wiki/Grup_62): LOS AMNÉSICOS, de Géraldine Schwarz, una pretesa anàlisi dels mecanismes psicològics i les dinàmiques socials que van fer possible la barbàrie nazi-feixista.

En un principi vaig trobar molt encertat l’enfoc sobre gent normal i majories silencioses, no només a Alemanya, si no també de França, Àustria, Itàlia i altres països que d’una manera més o menys intensa van ser còmplices o coautors dels crims del nacional-socialisme abans i durant la segona guerra mundial.

Però, la demostració més nítida de la importància d’una actitud conformista i acomodada al marc d’un sistema establert en la generació dels mostres que van marcar la nostra història recent la vaig trobar a les pàgines que l’autora dedica als anys 70 i al “terrorisme” de la RAF, molt més que les de la narració de les vicissituds i records de les famílies Mitläufer, (els alemanys mitjans que tot i adherir al règim no es van tacar de crims ni van participar de forma destacada en l’ascens dels hitlerians) amb la seva adhesió “banal”, despullada de tot sentit crític, a la veritat afirmada per les diverses esferes de poder, polític, policial, mediàtic i judicial dels anys 30 i 40.

Una manca d’esperit crític que arriba a ser un punt grotesca allà on Schwartz retreu a Sartre haver afirmat falsament que a Stammheim s’hi practicava la “tortura blanca” … sense haver vist la cel·la d’Andreas Baader… (com si ella hagués comprovat personalment que tot allò que afirmaven les autoritats de l’època sí que era cert).

En aquesta part del llibre, com en moltes altres, les opinions de radical conformisme polític de l’autora mostren molt més que una manca d’objectivitat, i de la mínima imparcialitat, exigible a una periodista. Més aviat revelen una bel·ligerància envers els dissidents que arriba a esborrar el record dels nombrosos casos de mesures repressives, persecucions, actuacions policials expeditives, i a considerar del tot lògica i racional la versió oficial que es va donar sobre els “suïcidis” (https://elpais.com/diario/1977/10/19/internacional/246063613_850215.html) dels integrants de la “Baader-Meinhof”.

Una bel·ligerància que es plasma en una sèrie de judicis de valor i acusacions com a mínim impropis en algú que vulgui entendre les raons de conflictes i tragèdies i no limitar-se a prendre partit.

Un excel·lent exemple, en tot cas, de com devia funcionar la ment d’aquells que abans i durant la II gran guerra a Alemanya trobaven perfectament normal creure cegament en tot allò que govern, mitjans de comunicació i institucions diverses els deien.

Aquesta suspensió del sentit crític de l’autora sobre el conflicte dels anys 70 també s’acompanya de manca de contextualització i de profunditat. Així mateix, cita el “terrorisme” de les BR a Itàlia sense una paraula sobre l’ “estratègia de la tensió” -amb massacres protagonitzades per aparells de l’estat italià-, i d’ETA, sense una al·lusió al seu naixement com a resposta al franquisme. Fenòmens que, deslligats de la pervivència d’aparells d’estat repressius i de l’existència de privilegis i injustícies, o de conflictes polítics, culturals, socials i econòmics irresolts, són presentats com meres expressions de bogeria i irracionalitat.

Dit això, la superficialitat, que s’apropa a la frivolitat en algunes parts, del llibre queda eclipsada per l’epíleg, redactat per José Álvarez Junco.

Després d’un repàs de l’obra epilogada, Álvarez Junco aborda en unes pàgines confuses – en les quals no es fa esment de l’origen i font de legitimitat d’elements fonamentals de l’actual aparell polític institucional  (com ara la monarquia) – el “cas espanyol”. En la seva reflexió final, abans de les fórmules rituals sobre la equanimitat que ha d’inspirar el treball de memòria, hi ha una apologia de la transició difícilment digerible avui dia, 40 anys després, per qualsevol persona mitjanament informada.

Però és en la referència als perills per a la jove democràcia on es traspassen les línies vermelles de la manipulació i de la mentida. El perill més greu per a “la jove democràcia” no van ser el cop d’estat de Tejero, els GAL, la fraudulenta entrada a la OTAN, la corrupció de república bananera, l’aventura criminal a Iraq, l’existència d’una munió de grupuscles neofeixistes autors de nombrosos assassinats, el manteniment dels privilegis de les castes beneficiades per la dictadura franquista, la mancada reforma agrària a Andalusia, una política d’immigració inhumana, la impunitat i no depuració de milers de criminals que van seguir exercint de policies o militars… No, el perill va ser ETA, i només ETA.

El súmmum del cinisme, i del nacionalisme banal més obtús s’assoleix, però, en l’al·lusió al conflicte català plantejat per l’independentisme. Estem, ai las, acostumats a la inversió de la mirada sobre “el desafiament català” (en llenguatge popular “piensa el ladrón que todos son de su condición”) que caracteritza autoproclamats analistes polítics convençuts que la unitat d’Espanya es quelcom de sagrat, inviolable, natural i mereixedor de tota mena de sacrificis, fins i tot humans.

Tot i així trobo obscena l’associació entre la Xoà (perquè d’això parla el llibre) i un moviment que en reacció a un estat considerat hostil, repressor i continuista amb el passat franquista, proposa amb mitjans pacífics un referèndum per tal que sigui la societat catalana a decidir el seu encaix a Espanya, així com les bases constitucionals (procés constituent) del seu futur republicà.

Qualsevol observador honest sap que a l’arrel del moviment hi havia i hi ha greuges concrets, històrics i actuals, i que és molt agosarat i intel·lectualment força mesquí qualificar-lo de “victimista”, com també sap que en les manifestacions immenses pro independència mai no hi ha hagut consignes racistes, anti immigració (com passa amb la Lliga de Salvini i amplis sectors del constitucionalisme espanyol); que mai cap partit o associació independentista ha llançat proclames masclistes (com passa en amplis sectors del constitucionalisme espanyol); i també que els continguts de defensa de la pròpia identitat nacional (per altra banda positiva – segons els autors del llibre – quan és Alemanya que redescobreix la seva bandera i amor patriòtic gràcies a uns mundials de futbol) en el cas de l’independentisme català són secundaris respecte a la demanda de “democràcia de veritat”. Un observador honest miraria la cronologia i comprendria fàcilment que una reivindicació no passa del 12% a gairebé el 50% de tota una societat, en deu anys, per motivacions “identitàries”.

I s’arriba a l’abjecció amb el paral·lelisme entre la política genocida del franquisme contra el català i els altres idiomes minoritzats a Espanya, i l’actual política lingüística catalana, que intenta rescatar un dels més antics idiomes romànics encara vius d’una situació ja de diglòssia.

Amb Franco es van implementar prohibicions al fet de parlar català en públic, i per descomptat a l’administració, prohibicions de parlar-lo a l’escola i als mitjans de comunicació. El català era reduït a guetos del camp editorial, inexistent als cinemes, residual als teatres, exclòs a la universitat i al registre civil,  on es castellanitzaven els noms.

Comparar tot això amb la política d´immersió lingüística a les escoles (blanc de l´extrema dreta des de sempre) és banalitzar el franquisme i demonitzar un model d´educació que ha rebut el consens de comunitats d´experts a nivell internacional. Un model que – a més de mantenir viva la llengua catalana –  garanteix que tots els nens de Catalunya tinguin un nivell de coneixement de la llengua espanyola superior a la mitjana de les comunitats autònomes de l’estat.

Avui l’estat s’oposa a que el català es pugui parlar a les institucions espanyoles i europees, fins i tot entre regions del mateix àmbit lingüístic (hi ha prohibicions a l’intercanvi de senyals televisius entre Catalunya, el País Valencià i les Balears, i circulars que imposen l’ús de l’espanyol a les comunicacions entre aquestes comunitats), el català és residual a l’administració de justícia, al cinema, a les delegacions de l’estat (policies, duanes, hisenda, etc.), molt minoritari als mitjans de comunicació, a internet, als intercanvis socials i als comerços.

En el dia a dia, a ningú se li prohibeix parlar espanyol (i encara menys se li imposa parlar català): el contrari en canvi passa sovint. Quelcom molt fàcil de comprovar per a qualsevol que no vulgui simplement confirmar els seus propis prejudicis donant credibilitat a les campanyes d’odi promogudes per constitucionalistes que aspiren a la realització de l’objectiu totalitari d’una nació espanyola purgada de tota diferència lingüística, cultural (que no sigui reduïble a folklore) i per descomptat política.

Aquesta mena de missatges, a l’epíleg d’un llibre dedicat a denunciar l’actitud amnèsica de la societat europea respecte als crims del nazi-feixisme, és particularment indecent, ja que dona carta de naturalitat al discurs de demonització de l’independentisme elaborat seguint molts dels elements propagandístics emprats en el seu moment pels experts nazis: la referència obsessiva a la “burgesia catalana” (fins i tot quan la totalitat del gran capital atacava obertament el “procés”), la denúncia d’agendes ocultes” (evocadora dels famosos “protocols de Sion”), les referència al suprematisme, a l’egoisme, a les aliances amb enemics externs (des de l’islamisme a Putin), al terrorisme (aplicat a joves culpables d’aixecar les barreres d’una autopista, molt útil per justificar els milers de casos de violència policial i repressió administrativa i judicial) i a la “irracionalitat” de les masses “abduïdes” per líders sense escrúpols (declinada pels més benèvols com a “emocionalitat”).

En definitiva, és un llibre que, de manera ben original, acaba demostrant fins a quin punt la maquinària d’adhesió cega a una dinàmica de mort i destrucció pot comptar – arribat el moment – amb el lubrificant aportat per intel·lectuals que, difusors de l’hegemonia cultural dels sectors socials dominants, s’atribueixen (i a qui els és reconeguda) la capacitat d’analitzar de manera imparcial la realitat.

A tall de conclusió: és una operació èticament i intel·lectualment molt indigna utilitzar les aberracions del passat per justificar les del present… i del futur.

L’assassinat d’en Salvador Puig Antich

El 2 de març proper es complirà el 48 aniversari de l’assassinat a la presó Model d’en Salvador Puig Antich.

Un any més se’l recordarà des d’àmbits molt diferents: les seves germanes que mai han deixat de denunciar aquell crim, els seus companys de militància, que han mantingut la memòria de la seva lluita, organitzacions llibertàries, que el reivindiquen com “un dels seus”  i molta gent que de manera directa o indirecta va quedar marcada per la seva mort.

L’única iniciativa fins ara que afirma la seva execució com un crim abjecte, del règim, però amb responsables directes i complicitats, és la querella argentina, amb la causa oberta contra el seu assassí intel·lectual en base al principi de justícia universal.

Carlos Rey va ser qui va redactar, planificar i fer executar el suplici d’en Salvador amb garrot vil. Jove militar amb estudis de dret, aquell franquista que fins avui mai ha mostrat cap signe de penediment va fer carrera en la mateixa ciutat: advocat inscrit al Col·legi, docent de dret a una universitat, veí d’un barri ric de Barcelona, ha gaudit de total impunitat i, des de l’obertura de la causa per la jutgessa Servini, rep la protecció descarada del règim borbònic.

Aquest fugat de la justícia internacional – que a Alemanya hauria estat jutjat al tribunal de Nuremberg i a Itàlia molt probablement eliminat per una “Volante rossa” en la postguerra – ha estat tractat per la premsa amb una discreció i un respecte exquisits, amb cortesia professional pels seus col·legues advocats, però també premiat amb la indiferència dels seus conciutadans.

No soc prou coneixedor del dret internacional per saber si davant l’actitud de complicitat de les autoritats espanyoles podria fer-se càrrec del compliment de l’ordre de captura internacional algun altre subjecte (com van fer organitzacions jueves perseguint criminals nazis amagats arreu del mon). Sigui com sigui i ja que l’home aviat serà carronya per llei natural (força més poderosa que les sentències del Tribunal Suprem) no calen actuacions de força.

N’hi hauria prou – i no per legítim desig de venjança, si no per decència col·lectiva, dignitat democràtica, sentit de justícia, consciència de classe – que en els últims anys de la seva immerescuda existència el botxí del Salvador sentís el pes del menyspreu, del rebuig, del dolor que va provocar en la part més humana d’aquest poble.

Maneres n’hi ha: campanyes per tal que el Col·legi d’advocats en decreti l’expulsió, escratxes com els que es feien a Argentina contra els militars de la dictadura, pressions perquè l’ajuntament (amb una alcaldessa nascuda el dia en que Puig Antich acabava la seva vida a una sala de la Modelo) declari solemnement Carlos Rey persona no grata a Barcelona

Recordar és un deure, commemorar els difunts amb actes, ofrenes i parlaments està molt bé i és necessari. Però no suficient. Els feixistes criminals en aquest país no han pagat ni reconegut mai cap culpa (excepte Carrero Blanco, Meliton Manzano i 4 més) i això tots els pobles que han patit dictadures saben que no pot portar a res que no sigui perpetuació d’injustícies, dominació i degradació dels valors que mouen un cos social.

Si més no simbòlicament – i constatada reiteradament la continuïtat de l’estat actual amb el franquista – ens correspon a nosaltres, la gent, la tasca de dur a terme tasques de desgreuge.

Da Piazza Fontana alle Rambles

Il 17 agosto del 2017 un furgone provoca una strage di passanti sulle Rambles, altre due vittime civili sono assassinate nelle ore seguenti a Barcellona e Cambrils. 17 morti e decine di feriti. I mossos d’esquadra uccidono i 5 attaccanti.

La stampa riporterà che l’attentato, di matrice jihadista, era stato una soluzione di ripiego del commando terrorista a causa dell’esplosione che due giorni prima aveva distrutto la villetta in cui stavano fabbricando una ingente quantità di esplosivo e in cui erano morti alcuni dei membri.

Si scopre subito che l’ideologo della strage è un ex spacciatore marocchino contattato in carcere da Guardia Civil e dai servizi segreti che ne avevano prima evitato l’espulsione facendolo poi “assumere” come imam da una comunità islamica a Ripoll.

La spiegazione ufficiale: una normalissima pratica d’infiltrazione. Roba rutinaria. Gli agenti responsabili della sorveglianza dell’imam dopo l’attentato sono trasferiti all’estero.

Siamo alla vigilia del referendum d’indipendenza del 1º ottobre e la situazione in Catalogna è molto tesa, con una forte pressione di tutti i poteri dello stato su rappresentanti e organizzazioni indipendentiste.

Da parte delle vittime e delle autorità catalane, nonché di alcune forze progressiste spagnole o basche, si esigono approfondimenti delle indagini sul ruolo del CNI e la creazione di una commissione parlamentare. Tutte le richieste si scontrano con il blocco compatto dei partiti “costituzionalisti” (dal PSOE a VOX) che si oppongono con sdegno al “complottismo” di chi vuole “gettare fango” sulle istituzioni spagnole.

Questa difesa dell’”onorabilità a prescindere” dei servizi segreti continuerà anche nelle aule del tribunale speciale (Audiencia Nacional) che processa i superstiti presunti membri del commando: il giudice respingerà tutte le proposte di nuove prove, perizie e testimonianze avanzate sia dalla difesa che dalle parti civili.

Capitolo chiuso quindi, nonostante le rivelazioni di un giornale, Publico, che spingerebbero a ipotizzare quanto meno una gravissima negligenza da parte delle autorità spagnole nella gestione dell’episodio.

Pochi giorni fa però una dichiarazione del commissario Villarejo scatena di nuovo un’ondata di sospetti.

È costui un membro della polizia condecorato negli anni Ottanta per il suo operato contro ETA e l’indipendentismo basco e fino al 2018 stretto collaboratore dei servizi segreti del regno. Caduto in disgrazia, viene accusato di una serie di reati e avvia una sorda lotta a colpi di rivelazioni parziali, insinuazioni e controaccuse, con gli ex compagni e complici.

Personaggio di spicco delle cosiddette cloache dello stato, le sue indiscrezioni su casa reale e alcuni scandali di corruzione avevano finora sollevato un certo scalpore e moderate polemiche. Stavolta però, nel contesto di un interrogatorio in aula per tutt’altro caso, afferma di aver collaborato fino all’ultimo con il CNI per “sistemare la faccenda dell’attentato di Barcellona, dove un’operazione pensata per spaventare un po’ i catalani, era sfuggita di mano ai suoi ideatori”. Spiegherà poi alla stampa che non era sua intenzione affermare che il direttore dei servizi avesse organizzato l’attentato ma che semplicemente aveva voluto utilizzare la situazione per, sventando il pericolo,  ricordare alla società catalana l’importanza di poter contare sulla protezione dello stato contro minacce di questo calibro.

Anche questa volta l’estrema destra, le istituzioni, il PSOE e la totalità della stampa del regno fanno quadrato per difendere, ignorando o denigrando le parole del commissario, intorno all’asserita esemplarità dei servizi spagnoli.

Al coro di difensori dello “stato profondo” stavolta però si uniscono voci insospettate. La sindaca di Barcellona, Ada Colau, giunta alla carica sull’onda dei movimenti sociali barcellonesi, rende pubblica la posizione sua e della istituzione che rappresenta sulle parole di Villarejo. Deludendo chi si aspettava dalla prima cittadina della città aggredita un appello a far chiarezza sul ruolo dello stato e sui molti punti oscuri di tutta la vicenda, l’Ada si unisce invece al coro di quelli che mettono pesantemente in dubbio la credibilità del testimone.

Come molti altri suoi compagni di partito allude alla scarsa credibilità dell’ex funzionario e spia al quale esige “prove solide” a “sostegno di accuse di tanta gravità” che “aumentano ulteriormente la sofferenza delle vittime, che già patiscono tanto”.

Questa allusione alle vittime che vanno lasciate in pace ricorda da una parte gli argomenti della destra spagnola per criticare chiunque si rifiuti di considerare chiuso il capitolo della guerra civile e della dittatura senza un’approfondita operazione di giustizia e riparazione e dall’altra costituiscono un pesante affronto a vittime – come il padre del bambino di tre anni travolto sulle Rambles – che da anni ormai stanno cercando inutilmente di sapere tutta la verità, tutti i perché della tragedia.

Sulla scia della sindaca sui social e in pubblico l’area dei Comuns insiste sull’assenza di prove chiare (tacendo il fatto che gli archivi di Villarejo, che documentava tutto in modo maniacale, sono adesso coperti dal segreto di stato e sotto la custodia delle istituzioni spagnole) e sulla natura losca del soggetto. Un po’ come se in Italia la sinistra si opponesse all’uso di pentiti o confidenti– gente come si sa che si muove non certo per senso civico – nei processi di mafia.

Sorprende, in questi novelli difensori del dogma dell’innocenza di stato, l’insistenza a voler trattare le esternazioni dell’ex poliziotto e spia come una sparata avulsa da ogni contesto e fatta nel corso di una chiacchierata al bar: sono già molti gli indizi e i fatti accertati, grazie ad indagini di giornalisti, della polizia catalana, o ad ammissioni degli stessi servizi segreti, che dimostrano che non tutto è stato detto sui rapporti fra servizi e l’ideologo del commando terrorista. E sorprende anche la leggerezza con cui evitano di esigere spiegazioni ai soci di governo socialisti sul muro che la maggioranza “costituzionalista” ha opposto ogni volta che è stata richiesta la creazione di commissioni parlamentari d’inchiesta (che in casi di tale gravità – non solo per il numero dei decessi ma anche per le delicatissime implicazioni sociali del caso – dovrebbero essere di routine in una democrazia formale).

Che Pedro Sanchez o il suo entourage di lacchè, di fronte alle esigenze di trasparenza per un attacco tanto strano quanto tragico (per il contesto, i protagonisti, i mezzi), fingano lo stesso sdegno  di un vescovo dell’opus Dei quando qualcuno mette in dubbio la verginità della Madonna, è perfettamente coerente e comprensibile, in quanto burocrati di un partito che è stato ed è una colonna del “regime del 1978” e strenuo difensore del mantenimento dell’ordine monarchico, con tutta la struttura dei privilegi di classe che caratterizza la “Spagna eterna”.

Che lo facciano Ada Colau o persone che si definiscono di sinistra invece è una vergogna.

È una vergogna e una gravissima irresponsabilità politica che persone arrivate alle istituzioni grazie alla promessa di “restituirle alla cittadinanza” convochino conferenze stampa in cui definiscono tentativo di omicidio una innocua fiammata su un automezzo blindato della polizia nell’ambito di una manifestazione in difesa della libertà di espressione (contro l’arresto del rapper Pablo Hasel – tuttora in carcere-), e perseguitino poi un gruppo di giovani anarchici italiani mediante i servizi giuridici del comune di Barcellona, che ne hanno evitato finora la scarcerazione. E che ora gli stessi personaggi chiedano il rispetto assoluto e dogmatico della presunzione di innocenza (e di qualità democratica) dei servizi segreti del regno, o della Guardia Civile. Ricordiamo en passant il silenzio che la sindaca femminista ed ex squatter  ha condiviso l’estate scorsa con media, istituzioni e partiti sulle denunce di torture a sfondo sessuali formulate di fronte all’Audiencia Nacional da due avvocate basche, imputate per aver difeso membri dell’ETA (gli slogan ”sorella io si ti credo” e “se attaccano una ci attaccano tutte” urlati con forza dalle rappresentanti della “nuova politica” alle sfilate dell’8 marzo,  evidentemente non valgono quando le “sorelle attaccate” lo sono da solerti funzionari dello stato).

Con una tale sinistra, la responsabilità della bomba di piazza Fontana, che nel 1969 inaugurò con 17 vittime civili la “strategia della tensione” e la sanguinosa serie di attacchi indiscriminati contro la popolazione civile, ricadrebbe ancor oggi su Valpreda e sul movimento anarchico, Pinelli si sarebbe suicidato per il rimorso, la P2 non sarebbe mai esistita e i servizi segreti “deviati” avrebbero fatto semplicemente il lavoro che competeva loro in una democrazia “piena” “consolidata” e “magnifica”.

Se non fosse stato per il tenace impegno di una miriade di associazioni, collettivi, artisti, giornalisti e di tutto il “popolo di sinistra” sarebbe prevalsa la versione ufficiale (anche allora la stampa e i politici conservatori definivano sospetti e denunce sull’operato dei corpi di sicurezza come incredibili, assurdi, insinuazioni senza prove)  e la verità non sarebbe mai venuta fuori.

Molti di quei crimini sono rimasti impuniti, perché le istituzioni della Repubblica Italiana (quella della “costituzione più bella del mondo” – Benigni dixit -) hanno insabbiato, depistato, protetto autori e soprattutto mandanti ma, grazie alla lotta di tanti, alla fine la verità politica si è imposta e gli attentati di Milano, Bologna, Italicus, Brescia possono essere definiti pubblicamente “stragi di stato”.

Mi chiedo, oggi, cosa fa pensare ai politici dei “Comuns” – fra i quali spicca per belligeranza sdoganatrice del monarchico stato spagnolo un manipolo di universitari italiani imboscati in facoltà catalane – che le istituzioni spagnole siano immuni da tentazioni d’intervento violento? Su cosa si basano per ritenere che quanto accaduto nell’Italia democratica e antifascista sia impensabile nel regno di Spagna?

Un paese in cui il ruolo di capo dello Stato spetta a una famiglia per volontà di un dittatore fascista. Un paese in cui servizi segreti organizzano la fuga del primo re in un paese senza estradizione per dar tempo a insabbiare la serie di reati che avevano permesso a Juan Carlos I accumulare una fortuna di miliardi di euro. In cui le forze di polizia e l’esercito sono piene di ideologia e di attivisti di estrema destra. Dove la magistratura è indipendente dal governo, se non è smaccamente di destra, ma non dagli interessi delle caste dominanti, economiche e politiche. Dove le migliaia di denunce di tortura contro Guardia Civil e polizia sono sistematicamente cestinate. Dove c’è stato terrorismo di Stato, provato in processi che si sono conclusi con condanne mai scontate di alcune figure di secondo piano. Dove i partigiani antifranchisti sono ancora considerati delinquenti. Lo stato dei servizi che organizzarono l’attentato alla Scala per attaccare il movimento anarchico. Lo stato del commercio d’armi con dittature genocide. Dove la GC uccide 14 immigrati sparando pallottole di gomma e non viene nemmeno organizzata una parodia di processo. Dove rapper, tweeter, manifestanti sono processati e condannati per aver denunciato gli abusi dei potenti. Dove sono state pestate centinaia di persone che stavano votando. Dove si fanno patti segreti con la dittatura marocchina per violare i diritti umani di migliaia di immigrati subsahariani. Dove i CIES – carceri per persone colpevoli di essere nate nel posto sbagliato – sono pieni. Dove le banche o palazzinari come Florentino Perez ricevono a piene mani i fondi pubblici lesinati o estorti alle classi popolari. Dove le “operazioni Catalogna” o i “plan ZEN” sono accettate da mass media e opinione pubblica come operazioni legittime per manipolare la realtà e “sconfiggere il nemico”. Dove il panorama mediatico è il più a destra di tutta Europa. Dove centinaia di nazisti si rifugiarono e vissero e prosperarono dopo la seconda guerra mondiale. Dove il “reato di odio” non è applicato quasi mai agli aggressori di persone appartenenti a minoranze sociali fragili, ma ai 150.000 membri di organizzazioni che  hanno il monopolio delle armi (e della violenza).

Considerare questo stato, con la sua composizione e storia, come “al di sopra di ogni sospetto” può essere cosa solo di gente molto ignorante, molto ingenua o in mala fede.

O molto, molto cinica. Di un cinismo che per anni ha permesso di utilizzare fatti insignificanti, come anonime scritte a pennarello, per orchestrare campagne di denigrazione contro l’indipendentismo catalano, e di tacere sistematicamente di fronte all’autoritarismo, alla repressione di opzioni politiche non violente e all’omertà dei pubblici poteri. Un cinismo che permette adesso di attribuire a “interessi politici” l’esigenza d’indagini imparziali  su uno degli attacchi più mortiferi subiti dalla società catalana negli ultimi decenni.

Nota:

Colgo l’occasione per citare un altro attore istituzionale che ha aderito alla parola d’ordine dell’omertà, evitando qualsiasi iniziativa che chiami in causa i servizi segreti dello Stato spagnolo: il corpo consolare e diplomatico dei paesi di cittadini vittime del 17A. Nel caso italiano due giovani che trascorrevano brevi vacanze a Barcellona. Qualcuno dovrebbe ricordare alle rappresentanze ufficiali della Repubblica Italiana a Barcellona e Madrid che – secondo le pompose dichiarazioni istituzionali – non sono al servizio di nessuna ragion di Stato burocratica, ma a quello dei loro cittadini che, se vittime di errori o azioni criminali dei servizi dello stato “ospite”, hanno diritto a riconoscimento e riparazione (nonché  alla garanzia di non ripetizione).

Vittime nell’era della post-verità

So che scrivendo questo contribuisco al successo della strategia pubblicitaria di Cercas, che utilizza sapientemente le ondate di sdegno che le sue dichiarazioni, interviste ed esternazioni insultanti e menzognere, suscitano per estendere la curiosità per il suo ultimo libro.

Buon pro gli facciano i libri venduti, a me interessa solo ricordare un paio di cosette alle persone progressiste, compagne, o anche semplicemente oneste intellettualmente, che considerano i suoi prodotti interessanti.

La prima è che a tutt’oggi sono 3200 (la Catalogna ha 7,5 milioni di abitanti) le persone imputate e perseguite da tribunali di ogni tipo per manifestazioni, scioperi, reati di opinione e politici – come aver permesso dibattiti in Parlamento – in un movimento che, pur portando in piazza centinaia di migliaia di persone, è stato di un pacifismo esemplare, almeno fino alle ultime proteste – represse con violenza – di reazione alle sentenze del macroprocesso contro i “leader” sociali e politici del movimento.

Che sono alcune migliaia gli indipendentisti catalani multati e identificati per le stesse ragioni.

Che un intero governo è stato condannato a pesanti pene di prigione e che il suo presidente e dei consiglieri eletti con i voti di due milioni di persone, sono costretti a vivere in esilio.

Che in galera e in esilio sono in compagnia di cantanti di rap o di manifestanti anarchici, anch’essi colpevoli di reati di dissidenza, in piazza o in canzoni.

Che sono più di un migliaio le persone contuse o ferite, alcune con perdita di occhi o testicoli, per la violenza della polizia.

Che ci sono state più di 700 denunce per aggressioni di stampo fascista.

La seconda è che le vittime della storia che racconta Cercas, sono gente come lui, sostenuta e sostenitrice dei poliziotti che hanno bastonato votanti di ogni età, sesso e condizione, che hanno dato la caccia a civili con manganelli telescopici, che hanno sparato in una sola notte di scontri tante pallottole di gomma quanto in tutte le manifestazioni degli ultimi anni in tutta la Spagna. Poliziotti che rompono il naso per strada a giornalisti indipendentisti in assoluta impunità. Poliziotti del sindacato sponsorizzato da Vox con esponenti che dicono di voler ammazzare giovani immigranti. Gente sostenitrice della Guardia Civil dei 5000 casi di tortura documentati dal 1980 al 2000, delle denunce false (Altsasua, CDR… ecc). Dei tribunali speciali Audiencia Nacional e Supremo, eredi diretti del Tribunal de Orden Publico franchista. Gente che, pur dicendosi repubblicana a volte, trova del tutto naturale e positiva la continuità della monarchia voluta ed instaurata da Franco, la più autoritaria e la più corrotta di questa parte del mondo.

Sono vittime, quelle che Cercas descrive nella sua storia, che non sono preoccupate dallo strapotere delle multinazionali, della poderosissima banca spagnola, dei “caciques” e del capitalismo estrattivista dei Florentino Perez ed altri mega palazzinari. Sono vittime che godono del sostegno interessato e fanatico del 95% dei mass media. Della conferenza episcopale. Dell’esercito che depura i militari democratici e rende omaggio alla Divisione Azul. Dei servizi segreti che avevano contatti con la cellula dell’attentato alle Ramblas di Barcellona e che non sono mai stati indagati (per forza, sono segreti, e mica ci può scrivere un libro, il nostro).

Gente che condivide con una intensità preoccupante le posizioni di Vox, partito di ultradestra e nostalgico del franchismo, acerrimo sostenitore, come le altre vittime del nazionalismo catalano (o basco, o galiziano, o dell’emigrazione, o della violenza anrchica), della Costituzione, dell’ordine e della legge. Gente che denuncia la discriminazione dello spagnolo – parlato dal 100% e imposto per legge a tutti, il 15% d’immigranti compresi -, vittima del catalano ormai parlato solo da quasi il 50% della popolazione.

Tenga presente, il lettore dell’ultimo libro e delle interviste a Cercas, queste due cose. Tanto per non perdere la prospettiva.

L’enemic que heu derrotat

La participació de la cavalleria lleugera de la progressia espanyola, política i intel·lectual, (per entendre’ns els Cerques, els Juliana, les Coixets, els Coscubieles-Rabell i els seus seguicis d’historiadors italians i més xavalla) a la guerra a l’independentisme tenia com a punta de llança la narració d’un moviment dominat per la burgesia catalana pujolista post convergent egoista i xenòfoba al tres per cent.

Segons aquests refinats analistes, l’enemic real d’aquests nacionalistes perifèrics no eren monarquies, exèrcit i Ibex 35 (per altra banda blanquejats sota una capa vigorosa de “normalitat constitucional ergo democràtica”), si no el poble treballador i explotat naturalment espanyol (els nascuts al Bangladesh o a Tibisora anaven implícitament en el mateix paquet) que els malvats prucessistes pretenien privar de la seva espanyolitat.

Contra aquest enemic colpista – que fins i tot arribava a aberracions d’inaudita brutalitat com imposar lleis per majoria simple en un parlament- , aquesta progressia invocava l’actuació de les estructures de la paternal monarquia borbònica, amb la seva democràtica Guàrdia civil del pluri-decorat general Galindo, la Policia Nacional, del decoradíssim Billy el Niño, l’exèrcit (dels reservistes que afusellarien – decorats o no – uns 20 milions d’espanyols per amor de pàtria) i una magistratura coneguda arreu per ser l’única al mon prou desacomplexada i moderna com per aplicar el delicte d’odi (contra minories), a les categories que acabo d’esmentar (que sens dubte son minories, malgrat disposar del 99% de l’arsenal i de la musculatura disponible en territori espanyol).

L'autèntic enemic dels "progres" antiindependentistes? Nosaltres, les que qüestionem l'ordre establert. Les de sempre.

Anyway. Com és sabut en aquesta heroica batalla els defensors de la unitat d’Espanya han sortit, un cop més, vencedors. Això implica que els convergents trespercent burgesos catalans s’hagin dissolt, emigrat i que els proletaris naturalment espanyols – a més de poder finalment parlar i respirar en espanyol en Catalunya (que és terra espanyola carai!) – s’han repartit les riqueses i propietats de bancs i multinacionals? Doncs no. Resulta que els post convergents i els seus escolanets estan on sempre han estat en el últims 40 anys, és a dir gestionant l’estat a través de la seva autonomia de fireta i repartint les engrunes que els Florentino Perez i latifundistes establerts a Madrid deixen caure de la taula. Això si, sense cove i sense peix i amb un AIXÒ NO TOCA, gravat al pompis.

Qui és doncs que ha estat anorreat, eliminat, esborrat en aquesta valent contesa on els nostre paladins d’esquerres de l’espanya una i no quaranta i una han ajuntat esforços amb legionaris, toreros, tertulians de tele 5 i serveis secrets?

Doncs els CDR, doncs l’associacionisme, doncs les desenes i desenes de milers de persones, pagesos, estudiants, mestres, sanitaris, aturats, autònoms, fusters, obrers, bombers, portuaris, pescadors … o sigui aquelles forces que havien protagonitzat un intent inèdit de “repolitització d’allò local”. L’últim intent d’aquell cicle que deia “pensar globalment, actuar localment”.

Allò que han aconseguit els nostres valents progres és desactivar, castigar, aïllar, invisibilitzar un moviment radicalment antifeixista (potser el moviment antifeixista més ample i difós d’Europa), de democratització radical de la política (quants moviments a Europa des de finals de la II guerra han vist néixer 300 assemblees locals en un territori de 7 milions d’habitants ?), d’impugnació d’un dels règims més autoritaris i sens dubte més corruptes del continent, de denuncia dels límits de la forma estatal i d’Europa (que per a alguns d’aquests progres neo-monàrquics fins fa 4 dies era la « fortalesa del capital i la guerra « ).

Semblaria una aberració, oi ? Gent « progressista » que escanya un moviment popular… però si mirem els orígens d’aquests escamots de partidaris de la  dependència catalana, veiem que això forma part del seu ADN polític, o una mena de vocació professional: fins i tot cronològicament – en el cas d’alguns d’ells – són els mateixos que van enfonsar l’experiència comunista a la societat italiana, neutralitzar les lluites autònomes a la transició franquista, aturar els intents de salvar el Puig Antich, recuperar, fagocitar i convertir en merda tots i cada u dels intents de resposta contundent al sistema d’opressió (des de la lluita armada a les vagues de l’aigua, a les ocupacions a l’antinuclear) que hi ha hagut en el nostre entorn en els darrers 40 anys.

Progres, amb les vostres apèndixs “cosmos” i “posmos”, no ens enganyeu, el vostre enemics sempre hem estat nosaltres, aquells que posàvem en perill que qüestionem l’ordre establert que us ofereix aixopluc i identitat, per miserable que sigui. Sempre i només nosaltres.

Morti che pesano come piume

Di fronte alla consumata vendetta dello stato italiano nei confronti di un gruppo di persone da decenni esiliate in Francia si è scatenata l’ennesima grottesca messa in scena forcaiola, dove ignoranza, protervia, servilismo e sanguinario perbenismo fungono da ingredienti principali. Poche voci si fanno timidamente udire nel bercio della folla linciante per cercare d’introdurre un po’ di senso comune “democratico”, ricordando principi sanciti da carte magne e codici legali che – dicono – dovrebbero essere la base delle nostre società.

Ancora più sparute le voci che riconoscono la natura politica di quegli eventi e denunciano la natura politica anch’essa, retriva e reazionaria, dell’accanimento istituzionale nei confronti di nemici sconfitti quasi mezzo secolo fa. Voci che cercano invano di ristabilire un minimo di verità storica, di non attribuire al “terrorismo rosso” anche le centinaia di morti provocati da fascisti, polizie e servizi segreti, di distinguere fra attacchi ed anche omicidi compiuti contro obiettivi concreti  e specifici (corpi repressivi – polizia o magistratura -, padroni, servi dei padroni, fascisti, delatori) e i massacri indiscriminati contro la popolazione civile (le bombe su piazze e sui treni) o le morti sotto tortura.

Fra queste poche voci spesseggiano comunque i “però”, i “lo avevamo detto”, le critiche alle scelte di lotta armata o di “violenza”. Si ricorda che già allora si parlava dei “compagni che sbagliano”.

Certo, è giusto ricordare che contro quella scelta (della clandestinità armata, non della violenza, che meriterebbe un discorso a parte) già negli anni settanta ci eravamo pronunciati  in molti, nei movimenti rivoluzionari. È giusto ricordare i nostri argomenti.

Bene sarebbe però riconoscere che la gente che fece la scelta i suoi sbagli li pagò. E cari. Anzi, che politicamente sono stati forse gli unici a riconoscere errori: di calcolo, strategici.

Sarebbe bene riconoscere che di errori ne facemmo tutti, come dimostra fra l’altro il deserto ideale e di pensiero che è calato sulla società italiana. È brutto ed anche abbastanza stupido cercare di continuare a scaricare sulla “scellerata scelta” di poche centinaia di giovani e meno giovani male armati e invero assai poco sanguinari l’immane sconfitta politica le cui conseguenze stiamo ancora pagando.

E fra i più stupidi, di errori, ci fu proprio quello di attribuire la responsabilità dell’inasprimento della reazione dello stato giustappunto a chi lo “provocava”, rapendo e assassinando perfino un primo ministro. Un errore stupido perché allora sapevamo bene che quella guerra non l’avevano cominciata le BR o i NAP o Prima Linea, ma lo stato e i padroni, che in quei 25 anni del dopoguerra avevano represso, incarcerato, ammazzato dissidenti, lavoratori. Lo stato e i suoi sicari che avevano iniziato la stagione stragista alla fine degli anni 60.

Ed errore stupido perché non ci voleva tanto a capire, nemmeno allora, che quella frase pomposamente ripetuta da tutti i pulpiti: “in democrazia si può sostenere qualsiasi posizione purché sia senza armi” era una colossale presa per il culo. Lo sapevamo allora, quelli con due dita di cervello e di onestà, che il significato della frase era “in democrazia si può sostenere qualsiasi posizione purché non sia contraria agli interessi dei gruppi dominanti e, soprattutto, non abbia la benché minima efficacia”. E lo vediamo oggi qui, in Catalogna, dove senza la benché minima violenza sono riusciti a sbattere in galera per anni ed anni tutto un governo eletto, a perseguitare giudiziariamente più di 3000 persone, a ferirne centinaia, a multarne migliaia… Fra il silenzio compiaciuto di grandi maggioranze di “democratici” spagnoli ed europei.

 Un errore che va a braccetto con l’altro, di ritenere che “quella” non era una guerra (salvo poi usare a ogni pie sospinto espressioni come guerra di classe, guerra ai padroni e quant’altro.. ma già, in un paese di boccaloni bisognava essere scemi per prendere sul serio comunicati e manifesti di tante organizzazioni rivoluzionarie)  e soprattutto che “quello” non aveva nulla a che vedere con la Resistenza. Con i Partigiani. Con l’Antifascismo. Tutto con Maiuscola, fra tripudio di Tricolori.

Anzi, sono in molti che si riempiono di sdegno e si gonfiano come billi (i tacchini nella mia zona), quando qualcuno fa l’accostamento. Sono gli stessi che non battono ciglio quando un sindaco di una città che fu rossa festeggia il 25 aprile facendo suonare l’inno di Mameli e la canzone del Piave e fa fare il discorso al vescovo che parla di riconciliazione e di quanto brutte sono le guerre (vero è che le gerarchie cattoliche che ne hanno provocate a sporte in più di 20 secoli la sanno lunga sul tema). Sono gli stessi che millantano nonni, zii, babbi partigiani, e mamme, nonne, zie staffette, che se ce ne fossero stati così tanti agli alleati si sarebbero potuti risparmiare una bella scarpinata per tutta l’Italia. Sono gli stessi che – armi o non armi – metterebbero ai ferri o condannerebbero ai lavori forzati quelli che bruciano i cassonetti, che bruciano fotografie di un re, che “violano la legalità” e che insomma non sono della sinistra perbene e domestica.

“Ci sono morti che pesano come montagne, altre leggere come piume” diceva Mao Tse Tung (che probabilmente avrà copiato la frase da Confucio, che ne era uno che ne sfornava in continuazione). Fa male, tanto male constatare che quelle che pesano come macigni – anche per noi -, sono quelle di poliziotti, giornalisti, magistrati, spie, politici, imprenditori, mentre volano via, leggere come piume, quelle di Anna Maria, Luca, Francesco, Pedro, Mara, Wilma, e tanti altri di cui abbiamo scordato i nomi, morti in combattimenti (“abbattuti” dice la stampa borghese) come abbiamo scordato quel gruppo di compagne sepolte vive da quasi 40 anni nelle patrie galere, per non essersi voluti piegare e non aver rinnegato di quello in cui avevano creduto.

O, ancora più leggere, le morti di tutti quelli che si presentano sfiniti alle nostre frontiere, cacciati da casa loro da guerre e violenze; le morti degli scannati per garantire l’arrivo delle risorse necessarie per mantenere il nostro stile di vita; le morti da stenti, da paura, da disperazione, da sfruttamento; tutte le morti provocate da un sistema contro il quale non era lecito, non è lecito, anzi eticamente e moralmente riprovevole, impugnare le armi.

La lotta armata non servì a nulla. Vero. Il resto invece? Le manifestazioni, i girotondi, i cori vibranti, le riunioni, i presidi, le denunce, i cortei festosi, le performances sono servite a qualcosa oltre ad aggiungere la beffa, da parte di privilegiati e sensibili figli di un sistema di dominio criminale, a tanto dolore e a tante umiliazioni e morti?