Morti che pesano come piume

Di fronte alla consumata vendetta dello stato italiano nei confronti di un gruppo di persone da decenni esiliate in Francia si è scatenata l’ennesima grottesca messa in scena forcaiola, dove ignoranza, protervia, servilismo e sanguinario perbenismo fungono da ingredienti principali. Poche voci si fanno timidamente udire nel bercio della folla linciante per cercare d’introdurre un po’ di senso comune “democratico”, ricordando principi sanciti da carte magne e codici legali che – dicono – dovrebbero essere la base delle nostre società.

Ancora più sparute le voci che riconoscono la natura politica di quegli eventi e denunciano la natura politica anch’essa, retriva e reazionaria, dell’accanimento istituzionale nei confronti di nemici sconfitti quasi mezzo secolo fa. Voci che cercano invano di ristabilire un minimo di verità storica, di non attribuire al “terrorismo rosso” anche le centinaia di morti provocati da fascisti, polizie e servizi segreti, di distinguere fra attacchi ed anche omicidi compiuti contro obiettivi concreti  e specifici (corpi repressivi – polizia o magistratura -, padroni, servi dei padroni, fascisti, delatori) e i massacri indiscriminati contro la popolazione civile (le bombe su piazze e sui treni) o le morti sotto tortura.

Fra queste poche voci spesseggiano comunque i “però”, i “lo avevamo detto”, le critiche alle scelte di lotta armata o di “violenza”. Si ricorda che già allora si parlava dei “compagni che sbagliano”.

Certo, è giusto ricordare che contro quella scelta (della clandestinità armata, non della violenza, che meriterebbe un discorso a parte) già negli anni settanta ci eravamo pronunciati  in molti, nei movimenti rivoluzionari. È giusto ricordare i nostri argomenti.

Bene sarebbe però riconoscere che la gente che fece la scelta i suoi sbagli li pagò. E cari. Anzi, che politicamente sono stati forse gli unici a riconoscere errori: di calcolo, strategici.

Sarebbe bene riconoscere che di errori ne facemmo tutti, come dimostra fra l’altro il deserto ideale e di pensiero che è calato sulla società italiana. È brutto ed anche abbastanza stupido cercare di continuare a scaricare sulla “scellerata scelta” di poche centinaia di giovani e meno giovani male armati e invero assai poco sanguinari l’immane sconfitta politica le cui conseguenze stiamo ancora pagando.

E fra i più stupidi, di errori, ci fu proprio quello di attribuire la responsabilità dell’inasprimento della reazione dello stato giustappunto a chi lo “provocava”, rapendo e assassinando perfino un primo ministro. Un errore stupido perché allora sapevamo bene che quella guerra non l’avevano cominciata le BR o i NAP o Prima Linea, ma lo stato e i padroni, che in quei 25 anni del dopoguerra avevano represso, incarcerato, ammazzato dissidenti, lavoratori. Lo stato e i suoi sicari che avevano iniziato la stagione stragista alla fine degli anni 60.

Ed errore stupido perché non ci voleva tanto a capire, nemmeno allora, che quella frase pomposamente ripetuta da tutti i pulpiti: “in democrazia si può sostenere qualsiasi posizione purché sia senza armi” era una colossale presa per il culo. Lo sapevamo allora, quelli con due dita di cervello e di onestà, che il significato della frase era “in democrazia si può sostenere qualsiasi posizione purché non sia contraria agli interessi dei gruppi dominanti e, soprattutto, non abbia la benché minima efficacia”. E lo vediamo oggi qui, in Catalogna, dove senza la benché minima violenza sono riusciti a sbattere in galera per anni ed anni tutto un governo eletto, a perseguitare giudiziariamente più di 3000 persone, a ferirne centinaia, a multarne migliaia… Fra il silenzio compiaciuto di grandi maggioranze di “democratici” spagnoli ed europei.

 Un errore che va a braccetto con l’altro, di ritenere che “quella” non era una guerra (salvo poi usare a ogni pie sospinto espressioni come guerra di classe, guerra ai padroni e quant’altro.. ma già, in un paese di boccaloni bisognava essere scemi per prendere sul serio comunicati e manifesti di tante organizzazioni rivoluzionarie)  e soprattutto che “quello” non aveva nulla a che vedere con la Resistenza. Con i Partigiani. Con l’Antifascismo. Tutto con Maiuscola, fra tripudio di Tricolori.

Anzi, sono in molti che si riempiono di sdegno e si gonfiano come billi (i tacchini nella mia zona), quando qualcuno fa l’accostamento. Sono gli stessi che non battono ciglio quando un sindaco di una città che fu rossa festeggia il 25 aprile facendo suonare l’inno di Mameli e la canzone del Piave e fa fare il discorso al vescovo che parla di riconciliazione e di quanto brutte sono le guerre (vero è che le gerarchie cattoliche che ne hanno provocate a sporte in più di 20 secoli la sanno lunga sul tema). Sono gli stessi che millantano nonni, zii, babbi partigiani, e mamme, nonne, zie staffette, che se ce ne fossero stati così tanti agli alleati si sarebbero potuti risparmiare una bella scarpinata per tutta l’Italia. Sono gli stessi che – armi o non armi – metterebbero ai ferri o condannerebbero ai lavori forzati quelli che bruciano i cassonetti, che bruciano fotografie di un re, che “violano la legalità” e che insomma non sono della sinistra perbene e domestica.

“Ci sono morti che pesano come montagne, altre leggere come piume” diceva Mao Tse Tung (che probabilmente avrà copiato la frase da Confucio, che ne era uno che ne sfornava in continuazione). Fa male, tanto male constatare che quelle che pesano come macigni – anche per noi -, sono quelle di poliziotti, giornalisti, magistrati, spie, politici, imprenditori, mentre volano via, leggere come piume, quelle di Anna Maria, Luca, Francesco, Pedro, Mara, Wilma, e tanti altri di cui abbiamo scordato i nomi, morti in combattimenti (“abbattuti” dice la stampa borghese) come abbiamo scordato quel gruppo di compagne sepolte vive da quasi 40 anni nelle patrie galere, per non essersi voluti piegare e non aver rinnegato di quello in cui avevano creduto.

O, ancora più leggere, le morti di tutti quelli che si presentano sfiniti alle nostre frontiere, cacciati da casa loro da guerre e violenze; le morti degli scannati per garantire l’arrivo delle risorse necessarie per mantenere il nostro stile di vita; le morti da stenti, da paura, da disperazione, da sfruttamento; tutte le morti provocate da un sistema contro il quale non era lecito, non è lecito, anzi eticamente e moralmente riprovevole, impugnare le armi.

La lotta armata non servì a nulla. Vero. Il resto invece? Le manifestazioni, i girotondi, i cori vibranti, le riunioni, i presidi, le denunce, i cortei festosi, le performances sono servite a qualcosa oltre ad aggiungere la beffa, da parte di privilegiati e sensibili figli di un sistema di dominio criminale, a tanto dolore e a tante umiliazioni e morti?

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