Da Piazza Fontana alle Rambles

Il 17 agosto del 2017 un furgone provoca una strage di passanti sulle Rambles, altre due vittime civili sono assassinate nelle ore seguenti a Barcellona e Cambrils. 17 morti e decine di feriti. I mossos d’esquadra uccidono i 5 attaccanti.

La stampa riporterà che l’attentato, di matrice jihadista, era stato una soluzione di ripiego del commando terrorista a causa dell’esplosione che due giorni prima aveva distrutto la villetta in cui stavano fabbricando una ingente quantità di esplosivo e in cui erano morti alcuni dei membri.

Si scopre subito che l’ideologo della strage è un ex spacciatore marocchino contattato in carcere da Guardia Civil e dai servizi segreti che ne avevano prima evitato l’espulsione facendolo poi “assumere” come imam da una comunità islamica a Ripoll.

La spiegazione ufficiale: una normalissima pratica d’infiltrazione. Roba rutinaria. Gli agenti responsabili della sorveglianza dell’imam dopo l’attentato sono trasferiti all’estero.

Siamo alla vigilia del referendum d’indipendenza del 1º ottobre e la situazione in Catalogna è molto tesa, con una forte pressione di tutti i poteri dello stato su rappresentanti e organizzazioni indipendentiste.

Da parte delle vittime e delle autorità catalane, nonché di alcune forze progressiste spagnole o basche, si esigono approfondimenti delle indagini sul ruolo del CNI e la creazione di una commissione parlamentare. Tutte le richieste si scontrano con il blocco compatto dei partiti “costituzionalisti” (dal PSOE a VOX) che si oppongono con sdegno al “complottismo” di chi vuole “gettare fango” sulle istituzioni spagnole.

Questa difesa dell’”onorabilità a prescindere” dei servizi segreti continuerà anche nelle aule del tribunale speciale (Audiencia Nacional) che processa i superstiti presunti membri del commando: il giudice respingerà tutte le proposte di nuove prove, perizie e testimonianze avanzate sia dalla difesa che dalle parti civili.

Capitolo chiuso quindi, nonostante le rivelazioni di un giornale, Publico, che spingerebbero a ipotizzare quanto meno una gravissima negligenza da parte delle autorità spagnole nella gestione dell’episodio.

Pochi giorni fa però una dichiarazione del commissario Villarejo scatena di nuovo un’ondata di sospetti.

È costui un membro della polizia condecorato negli anni Ottanta per il suo operato contro ETA e l’indipendentismo basco e fino al 2018 stretto collaboratore dei servizi segreti del regno. Caduto in disgrazia, viene accusato di una serie di reati e avvia una sorda lotta a colpi di rivelazioni parziali, insinuazioni e controaccuse, con gli ex compagni e complici.

Personaggio di spicco delle cosiddette cloache dello stato, le sue indiscrezioni su casa reale e alcuni scandali di corruzione avevano finora sollevato un certo scalpore e moderate polemiche. Stavolta però, nel contesto di un interrogatorio in aula per tutt’altro caso, afferma di aver collaborato fino all’ultimo con il CNI per “sistemare la faccenda dell’attentato di Barcellona, dove un’operazione pensata per spaventare un po’ i catalani, era sfuggita di mano ai suoi ideatori”. Spiegherà poi alla stampa che non era sua intenzione affermare che il direttore dei servizi avesse organizzato l’attentato ma che semplicemente aveva voluto utilizzare la situazione per, sventando il pericolo,  ricordare alla società catalana l’importanza di poter contare sulla protezione dello stato contro minacce di questo calibro.

Anche questa volta l’estrema destra, le istituzioni, il PSOE e la totalità della stampa del regno fanno quadrato per difendere, ignorando o denigrando le parole del commissario, intorno all’asserita esemplarità dei servizi spagnoli.

Al coro di difensori dello “stato profondo” stavolta però si uniscono voci insospettate. La sindaca di Barcellona, Ada Colau, giunta alla carica sull’onda dei movimenti sociali barcellonesi, rende pubblica la posizione sua e della istituzione che rappresenta sulle parole di Villarejo. Deludendo chi si aspettava dalla prima cittadina della città aggredita un appello a far chiarezza sul ruolo dello stato e sui molti punti oscuri di tutta la vicenda, l’Ada si unisce invece al coro di quelli che mettono pesantemente in dubbio la credibilità del testimone.

Come molti altri suoi compagni di partito allude alla scarsa credibilità dell’ex funzionario e spia al quale esige “prove solide” a “sostegno di accuse di tanta gravità” che “aumentano ulteriormente la sofferenza delle vittime, che già patiscono tanto”.

Questa allusione alle vittime che vanno lasciate in pace ricorda da una parte gli argomenti della destra spagnola per criticare chiunque si rifiuti di considerare chiuso il capitolo della guerra civile e della dittatura senza un’approfondita operazione di giustizia e riparazione e dall’altra costituiscono un pesante affronto a vittime – come il padre del bambino di tre anni travolto sulle Rambles – che da anni ormai stanno cercando inutilmente di sapere tutta la verità, tutti i perché della tragedia.

Sulla scia della sindaca sui social e in pubblico l’area dei Comuns insiste sull’assenza di prove chiare (tacendo il fatto che gli archivi di Villarejo, che documentava tutto in modo maniacale, sono adesso coperti dal segreto di stato e sotto la custodia delle istituzioni spagnole) e sulla natura losca del soggetto. Un po’ come se in Italia la sinistra si opponesse all’uso di pentiti o confidenti– gente come si sa che si muove non certo per senso civico – nei processi di mafia.

Sorprende, in questi novelli difensori del dogma dell’innocenza di stato, l’insistenza a voler trattare le esternazioni dell’ex poliziotto e spia come una sparata avulsa da ogni contesto e fatta nel corso di una chiacchierata al bar: sono già molti gli indizi e i fatti accertati, grazie ad indagini di giornalisti, della polizia catalana, o ad ammissioni degli stessi servizi segreti, che dimostrano che non tutto è stato detto sui rapporti fra servizi e l’ideologo del commando terrorista. E sorprende anche la leggerezza con cui evitano di esigere spiegazioni ai soci di governo socialisti sul muro che la maggioranza “costituzionalista” ha opposto ogni volta che è stata richiesta la creazione di commissioni parlamentari d’inchiesta (che in casi di tale gravità – non solo per il numero dei decessi ma anche per le delicatissime implicazioni sociali del caso – dovrebbero essere di routine in una democrazia formale).

Che Pedro Sanchez o il suo entourage di lacchè, di fronte alle esigenze di trasparenza per un attacco tanto strano quanto tragico (per il contesto, i protagonisti, i mezzi), fingano lo stesso sdegno  di un vescovo dell’opus Dei quando qualcuno mette in dubbio la verginità della Madonna, è perfettamente coerente e comprensibile, in quanto burocrati di un partito che è stato ed è una colonna del “regime del 1978” e strenuo difensore del mantenimento dell’ordine monarchico, con tutta la struttura dei privilegi di classe che caratterizza la “Spagna eterna”.

Che lo facciano Ada Colau o persone che si definiscono di sinistra invece è una vergogna.

È una vergogna e una gravissima irresponsabilità politica che persone arrivate alle istituzioni grazie alla promessa di “restituirle alla cittadinanza” convochino conferenze stampa in cui definiscono tentativo di omicidio una innocua fiammata su un automezzo blindato della polizia nell’ambito di una manifestazione in difesa della libertà di espressione (contro l’arresto del rapper Pablo Hasel – tuttora in carcere-), e perseguitino poi un gruppo di giovani anarchici italiani mediante i servizi giuridici del comune di Barcellona, che ne hanno evitato finora la scarcerazione. E che ora gli stessi personaggi chiedano il rispetto assoluto e dogmatico della presunzione di innocenza (e di qualità democratica) dei servizi segreti del regno, o della Guardia Civile. Ricordiamo en passant il silenzio che la sindaca femminista ed ex squatter  ha condiviso l’estate scorsa con media, istituzioni e partiti sulle denunce di torture a sfondo sessuali formulate di fronte all’Audiencia Nacional da due avvocate basche, imputate per aver difeso membri dell’ETA (gli slogan ”sorella io si ti credo” e “se attaccano una ci attaccano tutte” urlati con forza dalle rappresentanti della “nuova politica” alle sfilate dell’8 marzo,  evidentemente non valgono quando le “sorelle attaccate” lo sono da solerti funzionari dello stato).

Con una tale sinistra, la responsabilità della bomba di piazza Fontana, che nel 1969 inaugurò con 17 vittime civili la “strategia della tensione” e la sanguinosa serie di attacchi indiscriminati contro la popolazione civile, ricadrebbe ancor oggi su Valpreda e sul movimento anarchico, Pinelli si sarebbe suicidato per il rimorso, la P2 non sarebbe mai esistita e i servizi segreti “deviati” avrebbero fatto semplicemente il lavoro che competeva loro in una democrazia “piena” “consolidata” e “magnifica”.

Se non fosse stato per il tenace impegno di una miriade di associazioni, collettivi, artisti, giornalisti e di tutto il “popolo di sinistra” sarebbe prevalsa la versione ufficiale (anche allora la stampa e i politici conservatori definivano sospetti e denunce sull’operato dei corpi di sicurezza come incredibili, assurdi, insinuazioni senza prove)  e la verità non sarebbe mai venuta fuori.

Molti di quei crimini sono rimasti impuniti, perché le istituzioni della Repubblica Italiana (quella della “costituzione più bella del mondo” – Benigni dixit -) hanno insabbiato, depistato, protetto autori e soprattutto mandanti ma, grazie alla lotta di tanti, alla fine la verità politica si è imposta e gli attentati di Milano, Bologna, Italicus, Brescia possono essere definiti pubblicamente “stragi di stato”.

Mi chiedo, oggi, cosa fa pensare ai politici dei “Comuns” – fra i quali spicca per belligeranza sdoganatrice del monarchico stato spagnolo un manipolo di universitari italiani imboscati in facoltà catalane – che le istituzioni spagnole siano immuni da tentazioni d’intervento violento? Su cosa si basano per ritenere che quanto accaduto nell’Italia democratica e antifascista sia impensabile nel regno di Spagna?

Un paese in cui il ruolo di capo dello Stato spetta a una famiglia per volontà di un dittatore fascista. Un paese in cui servizi segreti organizzano la fuga del primo re in un paese senza estradizione per dar tempo a insabbiare la serie di reati che avevano permesso a Juan Carlos I accumulare una fortuna di miliardi di euro. In cui le forze di polizia e l’esercito sono piene di ideologia e di attivisti di estrema destra. Dove la magistratura è indipendente dal governo, se non è smaccamente di destra, ma non dagli interessi delle caste dominanti, economiche e politiche. Dove le migliaia di denunce di tortura contro Guardia Civil e polizia sono sistematicamente cestinate. Dove c’è stato terrorismo di Stato, provato in processi che si sono conclusi con condanne mai scontate di alcune figure di secondo piano. Dove i partigiani antifranchisti sono ancora considerati delinquenti. Lo stato dei servizi che organizzarono l’attentato alla Scala per attaccare il movimento anarchico. Lo stato del commercio d’armi con dittature genocide. Dove la GC uccide 14 immigrati sparando pallottole di gomma e non viene nemmeno organizzata una parodia di processo. Dove rapper, tweeter, manifestanti sono processati e condannati per aver denunciato gli abusi dei potenti. Dove sono state pestate centinaia di persone che stavano votando. Dove si fanno patti segreti con la dittatura marocchina per violare i diritti umani di migliaia di immigrati subsahariani. Dove i CIES – carceri per persone colpevoli di essere nate nel posto sbagliato – sono pieni. Dove le banche o palazzinari come Florentino Perez ricevono a piene mani i fondi pubblici lesinati o estorti alle classi popolari. Dove le “operazioni Catalogna” o i “plan ZEN” sono accettate da mass media e opinione pubblica come operazioni legittime per manipolare la realtà e “sconfiggere il nemico”. Dove il panorama mediatico è il più a destra di tutta Europa. Dove centinaia di nazisti si rifugiarono e vissero e prosperarono dopo la seconda guerra mondiale. Dove il “reato di odio” non è applicato quasi mai agli aggressori di persone appartenenti a minoranze sociali fragili, ma ai 150.000 membri di organizzazioni che  hanno il monopolio delle armi (e della violenza).

Considerare questo stato, con la sua composizione e storia, come “al di sopra di ogni sospetto” può essere cosa solo di gente molto ignorante, molto ingenua o in mala fede.

O molto, molto cinica. Di un cinismo che per anni ha permesso di utilizzare fatti insignificanti, come anonime scritte a pennarello, per orchestrare campagne di denigrazione contro l’indipendentismo catalano, e di tacere sistematicamente di fronte all’autoritarismo, alla repressione di opzioni politiche non violente e all’omertà dei pubblici poteri. Un cinismo che permette adesso di attribuire a “interessi politici” l’esigenza d’indagini imparziali  su uno degli attacchi più mortiferi subiti dalla società catalana negli ultimi decenni.

Nota:

Colgo l’occasione per citare un altro attore istituzionale che ha aderito alla parola d’ordine dell’omertà, evitando qualsiasi iniziativa che chiami in causa i servizi segreti dello Stato spagnolo: il corpo consolare e diplomatico dei paesi di cittadini vittime del 17A. Nel caso italiano due giovani che trascorrevano brevi vacanze a Barcellona. Qualcuno dovrebbe ricordare alle rappresentanze ufficiali della Repubblica Italiana a Barcellona e Madrid che – secondo le pompose dichiarazioni istituzionali – non sono al servizio di nessuna ragion di Stato burocratica, ma a quello dei loro cittadini che, se vittime di errori o azioni criminali dei servizi dello stato “ospite”, hanno diritto a riconoscimento e riparazione (nonché  alla garanzia di non ripetizione).

Illa, Milosevic i ICV

Ja fa temps que sectors de ICV/Comuns com els autoanomenats “Federalistes d’Esquerres” ens han acostumat a argumentaris gens rigorosos i més propis de publicistes sense escrúpols que d’analistes polítics d’esquerra (com l’abús del concepte de “burgesia” aplicat a un magma de botiguers i pastissers, mestres i fusters, pagesos i estudiants i no a la classe que ostenta el control dels mitjans de producció i distribució de la riquesa: multinacionals, patronals, bancs, fons d’inversió i empreses que cotitzen a la borsa).

També ens havien acostumat a una interpretació dislèxica del concepte d’esquerra, amb la seva insistència a considerar, contra tota evidència lògica, el partit socialista espanyol – puntal del règim del 78 i garant de tots els privilegis de la classe dominant espanyola, i de la impunitat dels seus sicaris – com a referent i germà gran de l’àrea progressista a l’estat.

Així com ens havien deixat clara la seva conversió a un abrandat legalisme, traduït en obedientisme a les regles del joc de l’estat capitalista (i fins fa poc per a ells mateixos “règim del 78”) com a mínim sorprenent en gent que es reclamava de moviments on la desobediència civil és reconeguda com a motor principal de tot canvi social no purament estètic.

Però la degeneració ideològica sembla haver-se accelerat en la darrera tongada electoral, amb l’esfondrament de Ciudadanos.

El candidat del que fou un partit socialista, Illa, no només va recollir les despulles d’aquest producte de l’IBEX35 sota forma de vots, si no també el llegat ideològic, emprant en la campanya electoral tota la munició retòrica i les tècniques emprades pels Arrimades i Riveras, apuntant cap a un suposat etnicisme excloent de l’independentisme. Imitant als taronges, no es tractava d’identificar subjectes, posicions o propostes polítiques racistes o xenòfobes si no de, literalment, “crear” la cosa (l’etnicisme xenòfob com a part del projecte independentista) a partir de la identificació i magnificació d’anècdotes i opinions personals, la interpretació manipulada de conceptes o eslògans o de la simple reiteració de missatges clonats, suportada per l’eco incessant de tota la “brunete” mediàtica desplegada també en territori català.

Donant per bons i naturals significant buits, com la neutralitat de l’espai públic i de les institucions, o afirmant que les polítiques de govern han de tenir en compte els interessos de tothom i no d’una part de la societat (fa mal haver d’explicar a una suposada esquerra, per molt reformista que sigui, que totes i cada una d’aquestes afirmacions són una gegantina presa de pel en una societat dividida en classe, i més en una com l’espanyola on la classe dominant conserva privilegis propis de l’edat mitja) Illa i els seus van basar la campanya en acusar directament d’apartheid una part consistent del moviment independentista. Evocant una vegada i una altra la imatge d’una “societat fracturada”,  d’una estupidesa flagrant per a qualsevol que pensi la societat en una dimensió històrica i que sap que el conflicte és la condició indispensable per la superació de tota mena d’injustícies, però que, com diria en Trump “funciona” la mar de bé.

Amb enorme irresponsabilitat, les candidates d’ICV/Comuns, lluny d’aprofitar aquest gir escandalós cap a la dreta nacionalista i odiadora del PSC per afirmar-se com única alternativa d’esquerra estatal, s’han apuntat a l’opció que desplaça la confrontació cap al terreny identitari, evitant que el debat es centri en els elements purament polítics.

És una decisió gravíssima però lògica, ja que si l’atac a JxC com a hereus neo-liberals de Convergència i Unió es centrés en les propostes i actuacions en els camps econòmic, social i de defensa dels drets, serien innombrables les contradiccions que explotarien a la cara d’aquesta esquerra pretesament renovadora.

En efecte l’agenda i els principis de política general, així com la col·locació ideològica de militància i votants de JxC cobreixen exactament el mateix espai (per no dir més a l’esquerra) que ocupa el PSOE, aliat preferent dels Comuns i soci de govern a l’Ajuntament de Barcelona i a l’estat. És més, com s’ha demostrat en diverses ocasions, en matèria social un govern de coalició amb els post-convergents ha desbordat per l’esquerra el “govern més progressista de la història d’Espanya”. I no parlem de la més que incòmoda presència del sector més dretà (Unió Democràtica de Catalunya)  de la finiquitada, però mai prou amortitzada, CiU a dins de la coalició electoral sota les sigles del PSC.

Per altra banda, tot i ser un partit conservador, marcat per un cert classisme de mitja burgesia i caracteritzat per una visió de país més clarament neoliberal, no hi ha cap element objectiu que permeti titllar JxC d’extrema dreta o de partit xenòfob- contràriament al que passa amb Vox i l’autèntica dreta ultra -: ni en el seu programa ni en les declaracions dels seus dirigents, ni en els pronunciaments públics. Basar unes acusacions tan greus en interpretacions parcials o atribucions d’intencions ocultes no és acceptable en un debat honest.

En definitiva, la balcanització promoguda per Illa i els seus i a la que s’ha apuntat ICV/Comuns s’explica amb la impossibilitat d’articular una oposició substancial a una dreta neo-liberal de la qual han assumit gairebé tots els plantejaments. És, ras i curt, l’única arma que els queda per mantenir-se vius electoralment. Però… a quin preu?

Un, ja evident, és l’abandó de les posicions de lluita social bescanviades per tímides demandes assistencialistes (4 ajuts i subvencions per a la “gent necessitada” i les seves “preocupacions reals”)   o d’actualització estètica del sistema. Abandó que s’acompanya de recolzament obert a l’estabilitat de l’aparell de dominació, escenificat entre d’altres per les condemnes de la “violència” al carrer.

L’altre, de conseqüències potencialment gravíssimes, és la creació d’un imaginari de conflicte ètnic. Comprant i rellançant el relat creat per Ciudadanos i la dreta monarquico-unionista de les dues Catalunyes (una rica i catalanista, l’altra pobre i castellana, fotografia falsejada que, per cert, menysprea el 15% de la població de Catalunya que no té ciutadania espanyola ni el castellà – o el català – com a llengua mare) PSOE i ICV/Comuns entren a alimentar un mecanisme que ha estat assajat manta vegades al llarg de la història. La darrera vegada, en Europa, pel Miloseviç de la Gran Serbia.

Ja comencem a veure els efectes d’aquesta estratègia perversa, en la catalanofòbia de mitjans de comunicació i personatges públics, el rebuig a la llengua catalana, el creixement d’opcions obertament neo-feixistes com Vox, la proliferació de grupuscles de nacionalistes, aquests si identitaris, espanyols, les agressions, la criminalització mediàtica, judicial i policial de l’independentisme més d’esquerres…

Ja es constata l’existència de sectors que es creuen realment víctimes d’un pla d’extermini (cultural i lingüístic, de moment) per part d’una minoria catalana poderosa i suprematista que aspira a la puresa de sang. Només és qüestió de temps que la por que se’ls ha induït es transformi en odi legitimador de més violència repressiva.

No sembla una opció gaire intel·ligent ni progressista, en una Europa que va viure la creació del dimoni jueu, bosniac o kosovar.

Elezioni in Catalogna

Destacat

Elezioni in Catalogna 2021. Più di dieci anni dall’inizio del ciclo indipendentista i risultati dicono:

Spazio indipendentista:

In queste elezioni i partiti apertamente indipendentisti hanno ottenuto maggioranza assoluta in voti e seggi. Alcune riflessioni:

  • Definitiva scomparsa di CiU (Federazione fra Convergència Democràtica de Catalunya e Unió Democràtica). Uno dei partiti creatori del regime del 78. Prima duramente attaccato per la corruzione (smascherata e perseguita in giustizia dall’associazionismo di base della società catalana), cerca di cavalcare la tigre del nascente movimento d’indignazione per la sentenza del Costituzionale che cassa lo Statuto approvato in referendum. Prima se ne va la destra di Unió (che attualmente è integrata nella coalizione elettorale del … PSC, con al n. 3 della candidatura il suo leader, Ramon Espadaler. E in queste elezioni naufraga miseramente l’erede diretto di Convergencia: il PdCat, che non ottiene nemmeno un rappresentante. CiU quindi, grazie al movimento indipendentista, è l’unico partito del regime che scompare come tale.
  • Senza dubbio la pratica totalità dell’indipendentismo è antifascista. L’unico gruppuscolo identitario che spesso è stato citato da analisti prezzolati per dimostrare un’anima di destra del catalanismo in genere ha ottenuto solo una manciata di voti ed è rimasto ben lontano dalla soglia di rappresentanza. Solo gli indipendentisti e qualche settore anarchico hanno contrastato in tutto questo tempo la presenza di Vox e del suo discorso omofobo e razzista in piazze di tutti i paesi e quartieri della Catalogna e sui media pubblici (presenza imposta dalla JEC). Spesso questo attivismo antifascista è stato definito da settori socialisti e dei Comuns come “attacco alla libertà di espressione”.
  • Chi conosce la piazza e si muove nei movimenti sociali sa fino a che punto il contenuto “diritto di autodeterminazione” è presente in praticamente tutte le lotte, da quelle sindacali a quelle per la casa o di difesa dell’ambiente o femministe. E sa che questo ambito è l’unico che ha appoggiato attivamente la denuncia del milione di catalani che non possono votare (residenti che non hanno la cittadinanza spagnola). E conosce la forza delle grandi organizzazioni: Omnium, ANC e della costellazione di collettivi, partiti e associazioni che configurano lo spazio dell’indipendentismo sociale.
  • L’estrema sinistra anticapitalista catalana è senza dubbio la più forte, in termini relativi, d’Europa. La candidatura CUP ha raccolto finora un ventaglio vastissimo di organizzazioni anticapitaliste e di estrema sinistra, da quelle neo-leniniste a molte libertarie. Ed il suo peso è in grado di condizionare tutto lo spazio politico e di far penetrare in ampi settori della società analisi e cultura di radicalità se non rivoluzionaria, democratica.
  • l’ambito indipendentista, lungi dal rappresentare un “ritorno al passato” come vuole il discorso statale egemonico, è una fucina di proposte per un diverso futuro europeo, dove la UE non è più vista come un “club di stati” ma una unione di popoli, una federazione di regioni, o di città, un qualcosa comunque posto al servizio della gente e non delle merci.

Ambito unionista:

Di nuovo i partiti apertamente unionisti hanno ricevuto una minoranza dei voti, anche se il partito più votato in termini relativi è il PSC.

  • Il PSC/PSOE, partito colonna del regime post franchista ha recuperato in queste elezioni parte dei voti del Frankestein politico Ciudadanos. Non abbastanza da formare governo senza uno dei partiti indipendentisti, nonostante la formidabile campagna per mobilitare il voto nazionalista spagnolo portata avanti con il sostegno del governo e della totalità dei media spagnoli. La sua collocazione a sinistra non è sostenuta da nessun gesto o programma politico obiettivo, al di là di quattro misure simboliche (in questa legislatura la legge sull’eutanasia) e il ricorso a una fraseologia vuota (le politiche sociali(??).
  • Ciudadanos, (partito a suo tempo  finanziato dalla banca come alternativa di destra a Podemos e nazionalista spagnola all’indipendentismo) crolla e dalla sua decomposizione spunta con forza VOX, che raccoglie tutti i voti che non sono andati al PSC.
  • PP, a rischio di scomparsa dal parlamento catalano.
  • VOX, Cioè l’estrema destra dichiarata e senza complessi che assicura che butterà fuori gli immigrati illegali e che chiuderà manu militari istituzioni e televisioni pubbliche catalane, completa adesso il quadro della destra spagnola che è maggioranza nel resto dello stato (meno Euskadi). E che qui rappresenta una esigua minoranza (20 seggi su 135).
  • Una caratteristica dell’unionismo è che la presenza nell’associazionismo sociale si riduce a quella spesso clientelare del PSC, che conta fondamentalmente su di un agguerrito esercito di quadri sindacali e di partito, impiegati comunali, presidenti di associazioni sovvenzionate. La destra unionista è assente dalla vita comunitaria catalana.
  • Non solo quest’area non è antifascista ma civetta con gli ultra di Vox (il governo centrale di PSOE-Podemos ha accettato con gratitudine il sostegno sia pur indiretto di Vox alla sua gestione dei fondi europei) e si è dedicata nel corso della campagna a criminalizzare tutti i presidi antifascisti.
  • La visione dello stato (da PSC a Vox) è identica, così come lo è quella dell’Unione Europea che semmai si vorrebbe un po’ più generosa nell’allentare i cordoni della borsa e meno ficcanaso nelle faccende giudiziarie e di rispetto dei diritti umani e civili.

Poi ci sono i Comuns.

Nonostante la proclamata equidistanza, hanno adottato in tutta la campagna un approccio etnicista, camuffato da denuncia dell’etnicismo altrui. Assenti ormai dall’antifascismo di piazza e dalle lotte in genere, e ormai esaurite le riserve di popolarità ereditate dal movimento degli “Indignati” si limitano ormai a tirare la volata al fratello maggiore, il PSC. La loro farneticazione li porta a proporre un “governo di sinistra” dal quale escludono la CUP – che ormai ha un seggio più di loro – e con il PSC, mentre pongono il veto a qualsiasi governo sostenuto da JxC (certo non più neoliberale di quelli del Sanchez).

Un “né carne né pesce” nazionale e sociale che si sgonfia a ogni giro elettorale.