Elezioni generali spagnole (ovvero: visto che lo fan tutti anch’io voglio dir la mia)

Prendiamo un po’ di distanza. Nel 2007 il «miracolo economico» spagnolo si sgonfia. I soldi pompati da Bruxelles si riducono, le varie bolle speculative scoppiano e di colpo in molti si rendono conto che il re è nudo.

Veramente le prime avvisaglie c’erano già state nel 2000 con il movimento no global e prima, dalla transizione (1978) in poi, ma adesso la cosa si fa seria e la gente scende in piazza.

Nel 2011 gli indignati occupano le piazze. Sorgono le maree (in difesa delle pensioni, della salute, della scuola pubblica). Risposta dello stato (compresi i suoi rappresentanti “regionalñi”): indurimento delle leggi, mano dura della polizia, convogliamento delle aspirazioni al cambiamento di tanta gente in un nuovo partito politico – Podemos – che da subito accetta tutte le regole del gioco (capitalista) e si candida come sostituto di un PSOE corroso da corruzione e derive autoritarie e ormai divenuto un carozzone anchilosato.

Per sicurezza però settori della grande banca fanno nascere un’altra creatura da battezzare con l’etichetta di «nuova politica»: Ciudadanos, una specie di Podemos di destra, destinato a sua volta a rimpiazare un partito popolare ormai divenuto una fogna a rischio di essere dichiarata associazione a delinquere (900 membri del partito imputati per corruzione, traffico d’influenze e un eccetera da fedina penale degna di Al Capone).

In Catalogna però, sventato con qualche difficoltà supplementare (a Barcellona la nuova sindaco farà sperare per qualche tempo in rivolgimenti significativi) il pericolo dell’»indignazione», si apre subito una nuova falla nella struttura di potere: il movimento indipendentista. Per la prima volta dalla morte di Franco milioni di persone rimettono apertamente in causa le basi dell’assetto istituzionale voluto dal Caudillo (con monarchia, tribunali speciali e intangibilità dei privilegi concessi alle oligarchie di tutta la Spagna durante la dittatura). È un assalto che continua, nonostante una repressione sproporzionata rispetto ai mezzi messi in campo dal movimento (di un pacifismo a volte irritante, sempre sorprendente).

Giocate tutte le carte (carcere, pestaggi, multe, denunce a tappeto, intossicazione mediatica, minacce e squadracce) e constatato il loro scarso effetto sulla volontà di mezza Catalogna di staccarsi da uno stato autoritario e repressivo come primo passaggio verso un qualcosa di diverso… anzi, constato che la «febbre indipendentista» stava cominciando a diffondersi altrove nello stato (con decine o centinaia di referendum autoorganizzati in università e quartieri sulla monarchia, con manifestazioni di solidarietà, con organizzazioni in rete antirepressive, con mezzi di controinformazione), restava da giocare una carta, che nel resto dell’Europa aveva funzionato bene: la minaccia dell’estrema destra.

Cosicché stavolta sono stati tirati fuori dalla manica (del PP) alcuni elementi particolarmente biechi, che hanno raffazzonato un programma pieno di tutte le topiche maschiliste, ultranazionaliste, tradizionaliste da strapaese (la corrida, le processioni di settimana santa, la caccia), e ovviamente xenofobe (con la particolarità, già collaudata, del nemico catalano, ottimo ingrediente da aggiungere alla ricetta del nemico interno ed esterno da cui dobbiamo difenderci). Insomma hanno creato VOX.

Che, in realtà, non è che proponga nulla che non sia già stato proposto dagli altri partiti dell’ultradestra erede del franchismo (dalla rimessa in causa del diritto all’aborto, alla negazione delle altre lingue e culture presenti nello stato, alla denuncia dei matrimoni fra omosessuali, all’indurimento delle leggi per gli stranieri ecc.), ma lo fa senza nessun complesso, ruttando e sputando per terra. Come un vero maschio iberico, insomma!

E così anche la Spagna ha il suo pericolo fascista! Già di per se la cosa farebbe ridere, se si pensa che il dittatore è seppellito in una specie di piramide cattolica che si fece costruire per riposarvi ab aeternum accanto all’ideologo della Falange, Jose Antonio Primo de Rivera. Se si pensa che questo paese era una repubblica e che se c’ha un borbone come capo di stato è per esclusiva volontà di Francisco. Se si pensa che il Tribunale di Ordine Pubblico del franchismo funziona a pieno ritmo, nello stesso posto (e per decenni con gli stessi giudici), solo che con un nome diverso, che la Costituzione fu il risultato di un accordo fra gerarchi del regime e quattro rappresentanti di partiti esistenti per modo di dire e sotto l’attenta sorveglianza degli alti comandi dell’esercito, che non è stato perseguito un solo crimine delle migliaia commesse durante e dopo la guerra dalle bestie franchiste, che la classe dominante (proprio le famiglie, poche centinaia) continua ad essere il medesimo mix di aristocrazia ignorante e oziosa, di palazzinari e speculatori, di banchieri arruffoni, cresciuta all’ombra del Caudillo.

Ma un buon burattinaio sa che basta far “come se” ci si trovasse in una democrazia vera e propria, uno stato di diritto, tanto poi ci sono i media e gli impiegati statali e i politici che faranno di tutto per crederci e per farlo credere urbi et orbi. E infatti, a forza di ripetizioni, la gente, soprattutto fuori di qui e fra quelli che aspettano l’una del mattino per vedere alla televisione come la Isabel Pantoja scende da un elicottero sull’isola del programa “Supervivientes”, ci crede. Ci credono fino a tal punto, gli spagnoli di fede, che reagiscono alla minaccia fascista come han visto fare agli europei: si spaventano e votano il male minore. All’insegna del «non toccare nulla che magari si rompe e allora viene il fascismo».

In parole povere: per la stabilità del già di per se instabilissimo sistema capitalista, per la gestione delle immediatamente future e prevedibili crisi, attualmente è più efficiente il vecchio carrozzone PSOE, un po’ rattoppato e rinsanguato di denari e di sostegni internazionali ed interni, che un tripartito fascista che porterebbe probabilmente a uno strangolamento dell’unica gallina produttiva che rimane alla Spagna, la Catalogna, e provocherebbe un clima di tensione non certo consono agli interessi di chi vede ancora la possibilità di far funzionare la macchina estrattivista ai danni di popoli che è bene spaventare ma non tanto da paralizzarli o farli reagire con disperazione.

Insomma per ora il fascismo, almeno la sua versione più hard, va bene come minaccia, visto che le basse bisogne repressive sono già svolte egregiamente dalle attuali forze sicariali. E la comparsa di Vox, che a molti appare ridondante visto che da qui il fascismo come si è visto non se n’è mai andato, va letta come una imitazione da «parvenu» («cazzo, tutti c’hanno un pericolo fascista in Europa, e noi che siamo, i figli del prete?») più che un fenomeno nuovo e inquietante.

Con questo non voglio dire che la presenza normalizzata e normale del discorso di questa feccia post franchista non sia inquietante, solo che non è nessuna novità e che siamo in molti in questo paese ad essere perfettamente consapevoli che le strutture di potere spagnole sono pronte – con o senza Vox – a ricorrere alla più feroce barbarie per soffocare la dissidenza, come provano le migliaia di casi di tortura, gli stati di eccezione in Euskadi, la repressione brutale in Andalusia, la demonizzazione dell’avversario politico in Catalogna, l’asservimento della stampa ed il solito eccetera che suole definire un regime di stampo autoritario rispetto ad uno di democrazia formale.